Questo sito contribuisce alla audience di

La terra degli uomini rossi secondo Bandirali e Terrone

La negazione più clamorosa dell’impianto realista della messa in scena resta l’ignobile doppiaggio dell’edizione italiana. Articolo

Nell’entroterra brasiliano, ai giorni nostri, una comunità di indigeni esce dalla riserva e occupa pacificamente un territorio di proprietà dei coloni bianchi. La prima parte del film mostra l’insostenibilità della vita nella riserva, che porta alcuni giovani indigeni al suicidio; la seconda parte racconta i tentativi di dissuasione dei coloni ma anche i legami che si instaurano fra uomini bianchi e “uomini rossi”; la terza parte è quella della reazione violenta del potere e della presa di coscienza, da parte degli indigeni, che solo violenza aiuta dove violenza regna. Il protagonista di questa traiettoria narrativa è un giovane apprendista sciamano che vive inizialmente con riluttanza il proprio dono di preveggenza, lasciandosi affascinare dalla figlia adolescente dei coloni, ma al momento opportuno troverà la forza per ribellarsi.

I momenti migliori del film sono il prologo e soprattutto l’epilogo, che ricorda il finale di Apocalypto. La sezione centrale rivela invece problemi macroscopici di drammaturgia, disperdendo lo sviluppo del conflitto in una pluralità di linee d’azione, alcune un po’ banali (la vicenda alla “Giulietta e Romeo”), altre poco motivate (il suicidio del ragazzo), altre insulse (tutta la parte nella villa dei coloni), altre ancora triviali (le disinibite indigene che seducono Claudio Santamaria).

Per terminare l’articolo, clicca qui