Questo sito contribuisce alla audience di

Il seme della discordia secondo Bandirali e Terrone

Gi ammiratori di Almodovar e Tarantino hanno gridato alla lesa maestà ma in fin dei conti il film di Corsicato non si distanzia molto dai capolavori pencolanti del regista delle donne e del cineasta bricoleur. Articolo di Luca Bandirali e Enrico Terrone

Una giovane donna con un marito sterile resta incinta senza sapere chi sia il padre, e cerca di scoprirlo. L’ambientazione nella Napoli modernista di Kenzo Tange, le manipolazioni cromatiche del veterano Ennio Guarnieri e il commento musicale dove imperversano i prelievi da Morricone e Bacalov (ma c’è anche “Canta ragazzina” di Mina), contribuiscono a trasportare la vicenda dal presente a un orizzonte astratto: un mondo narrativo segnato da ascendenze estetiche tardo sessantesche, ma sostanzialmente senza tempo, senza storia e quindi senza istituzioni, per cui a nessuno viene in mente di denunciare i crimini, né prima né dopo la scoperta dei colpevoli.

Questa comunità tribale, anti-storica, si basa su una struttura matriarcale, dove le donne più anziane (le impostatissime Valeria Fabrizi, Isabella Ferrari) reggono le sorti della famiglia, mentre le più giovani (Martina Stella e le sue “clonnettes”) danzano e seducono senza remore. Al centro del gineceo c’è la protagonista (Caterina Murino, ben calata nella parte), che compie il suo percorso di formazione accettando il figlio di padre ignoto (dopo averlo simbolicamente abortito nella scena del lancio della carrozzina), e scoprendo la maternità nella sua natura di esperienza esclusivamente femminile, dove la funzione del maschio si riduce a mero accidente, a fertilizzante, a contrassegno (il neo, la ferita).

Per terminare l’articolo, clicca qui