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Disobbedienza culturale

Il tratto distintivo della ricerca sul cinema di ambito accademico è il navigare a vista, trovandosi spesso a dover spacciare per mirabile teoria una sciocchezza scritta da un collega potente, a perdere tempo in ricerche prive di qualsiasi logica e di qualsiasi necessità, che vanno a sostanziare pubblicazioni che non leggerà nessuno, o convegni in cui non si dice nulla. Articolo di Luca Bandirali e Enrico Terrone

L’otto luglio di Piazza Navona ha segnato una svolta politica, rivelando definitivamente l’inadeguatezza del Partito Democratico a rappresentare le idee di una parte ragguardevole del suo elettorato, non più disposta a credere che il meno-peggio possa proteggerla dal peggio, e anzi ormai convinta che ne favorisca sempre più l’espansione. Ma l’otto luglio di Piazza Navona ha segnato anche una svolta culturale, mostrando che il deficit di rappresentanza non riguarda soltanto gli uomini politici, ma ugualmente gli artisti, gli intellettuali, i giornalisti, i professori. A essere in discussione, finalmente, non è soltanto una strategia politica, ma l’intero universo di discorso dell’informazione, dell’istruzione, dell’attività artistica e dell’opinione pubblica.

Molte persone che non si riconoscono nel bipolarismo fra PD e PdL, rifiutano ugualmente l’alternativa rigida fra imprenditori arroganti e accademici saccenti, fra telegiornali cafoni e quotidiani paludati, fra spettacoli per mentecatti e opere d’arte per adepti. All’intransigenza verso la mancanza di contegno e di cultura si aggiunge un’insofferenza montante nei confronti del vuoto contegno e della vuota cultura.

Possiamo parlare in primo luogo del mondo del cinema, che è quello che conosciamo meglio e a cui si riferisce lo spazio di questa rubrica, ma il discorso si può estendere facilmente a una pluralità di altri campi. Il tratto distintivo della ricerca sul cinema di ambito accademico è il navigare a vista, trovandosi spesso a dover spacciare per mirabile teoria una sciocchezza scritta da un collega potente, a perdere tempo in ricerche prive di qualsiasi logica e di qualsiasi necessità, che vanno a sostanziare pubblicazioni che non leggerà nessuno, o convegni in cui non si dice nulla. Il tipico cattedratico tiene sì e no una cinquantina di ore di lezione all’anno, ma vive trincerato dietro una retorica dei mille impegni tipica di certi ministeriali che fanno le parole crociate e che ti tagliano la gola se gli chiedi un’informazione; in compenso si intrattiene volentieri a raccontare in privato le bestialità che gli studenti dicono agli esami, senza accorgersi che ne è egli stesso il principale responsabile.

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