Questo sito contribuisce alla audience di

Critiche del cinema – Il divo

Il film dimostra il solito provincialismo italiano aduso ad affastellare acriticamente mode e tendenze dal jet-set culturale. Articolo di Luca Bandirali e Enrico Terrone

Come trasformare un banale film biografico su Giulio Andreotti in un prodotto culturale di fascia alta, rivolto agli adepti del cinema d’arte e del cinema d’autore? In primo luogo, basta guardarsi un po’ in giro e pescare scaltramente fra le tendenze di punta delle cinematografie internazionali.
Dai film di Sokurov su Hitler (“Moloch”), Lenin (“Taurus”) e Hiroito (“Il sole”), discende la scelta narrativa di concentrarsi sulla fase discendente della traiettoria biografica e sul tema del grande potente che perde il potere, in un clima oppressivo qui ben rappresentato dalla cupa fotografia di Luca Bigazzi e dalle scenografie claustrali di Lino Fiorito.
Dal poliziesco postmoderno americano, già saccheggiato a dovere da “Romanzo criminale”, arriva la rappresentazione ironica della violenza e della malavita, per cui Quentin Sorrentino filma l’incedere degli andreottiani come fossero i gangster di “Reservoir Dogs” e l’uccisione di Lima come un regolamento di conti alla “Miller Crossing”.
Un altro modello eminente è il biografismo pseudo-sperimentale di “Io non sono qui” di Todd Haynes e della “Maria Antoinette” di Sofia Coppola, da cui si ricava la concezione del film come patchwork di clip autoconclusivi, basati su soluzioni retoriche roboanti (il piano sequenza nella scena del party), su eclettiche contaminazioni musicali (da Sibelius a Renato Zero, da Vivaldi a “Da, da, da”), su bizzarri accostamenti visivi (il gatto nel palazzo del potere, lo skateboard e l’attentato a Falcone, l’apparizione di Moro nel cesso) o audiovisivi (la sequenza del bacio a Riina, la scena de “I migliori anni della nostra vita”, quest’ultima peraltro con un maldestro totale televisivo in scope).

L’accorpamento di questi modelli risulta di per sé molto discutibile, testimoniando del solito provincialismo italiano aduso ad affastellare acriticamente mode e tendenze dal jet-set culturale. Ma la cosa peggiore è che “Il divo” non ha nemmeno il coraggio di rimanere coerente fino in fondo con il suo grottesco impianto estetico di pastiche postmoderno, di sberleffo pop e di fantasticheria surreale, prestandosi in continuazione a massicce iniezioni di didascalismo nella tradizione dei più scialbi sceneggiati televisivi.

Per terminare l’articolo, clicca qui

Commenti dei lettori

(Inserisci un commento - Nascondi commenti anonimi)
  • Profilo di ziontrain

    ziontrain

    23 Feb 2010 - 02:02 - #1
    0 punti
    Up Down

    innanzi tutto l’incentrare la biografia nella fase discendente, tra il massimo potere del personaggio e la sua caduta, non credo sia una “tendenza” ma è un modulo consueto nella storia del cinema (vedi Orson Welles) e forse l’unico per spiegare appieno tutte le sfaccettature psiclogiche del personaggio: la sua imperscrutabilità, ma anche la sua sostanziale solitudine, il conflitto tra bene e male, i rimorsi.
    In tutto ciò ben vengano richiami, citazioni, musiche, moduli (ad esempio il “patchwork”) che “alleggeriscono” il film rendendolo anche più accessibile ad un pubblico non informato sui fatti (quello straniero ad esempio).
    Ben venga quindi anche quel umorismo “nero” ed anche grottesco, caro al cinema balcanico, del “sorridere nella disgrazia” che diverte ma impaurisce.
    Ben venga infine un pò di quel didascalismo, anche esplicito, che da (o può dare) al film una sorta di “utilità sociale”.
    A tutto ciò aggiungiamo che l’unione di vari stili e moduli da vita ad uno stile comunque originale e che comunque si stacca dal grigio ed omologato “nulla” del cinema italiano.

  • Gian Luca Ferme

    13 Apr 2010 - 17:04 - #2
    0 punti
    Up Down

    Il Divo mi sembra molto ben fatto dal punto di vista tecnico. Perche’ denigrarlo con queste accuse di provincialismo che non sono peraltro vere. Quentin Tarantino ha un suo stile, ma cosi’ anche il cinema italiano che ha tanto influenzato correnti internazionali.

    Quello che invece mi interesserebbe capire e’ quanto il contenuto sia fedele alla realta’ provata delle accuse fatte ad Andreotti. E’ facile sparare a zero su un politico in base ad accuse fatte da mafiosi pentiti, ma non vorrei certo che un giudice prendesse le accuse di un pluriomicida per basare un processo su di me…