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La veggente detective: veri poteri o che altro?

Tiene banco in questi giorni sui giornali la notizia secondo cui una sensitiva bresciana, Maria Rosa Busi, di 55 anni, avrebbe aiutato le autorità a ritrovare il corpo di Chiara Bariffi, una ragazza scomparsa nella notte tra il 30 novembre e il primo dicembre 2002.

Stando ai resoconti, la mattina dell’11 settembre scorso, la Busi avrebbe guidato un corteo di subacquei sulla riva del lago di Como dicendo: “E’ qui”. Un robot con telecamera è stato poi fatto inabissare e sul fondo del lago, a oltre 100 metri di profondità, ha trovato l’auto: la targa era quella, non c’erano più dubbi.
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La domanda che ora ci si deve porre è: come ha fatto la signora Busi a trovarla? Lei sostiene che sarebbe stata la ragazza morta a dirglielo: “Voleva essere trovata”. La madre della ragazza, la signora Luciana, ha detto al quotidiano Repubblica: “Io e mio marito ci siamo rivolti a varie trasmissioni, abbiamo verificato di persona le varie segnalazioni, chi diceva che nostra figlia fosse a Venezia, chi fosse andata via con qualcuno… Una giornalista ci ha suggerito di sentire la signora Busi, perché ne era rimasta impressionata. E ci abbiamo provato. L’abbiamo sentita, le abbiamo mandato una fotografia di nostra figlia e lei ci ha chiesto se il lunedì di Pasqua poteva venire qui. “E’ nel lago”, ha detto, e siamo andati dai carabinieri”.






La medium Maria Rosa Busi

A leggerla così la notizia sembra davvero non avere spiegazioni. Una ragazza scompare una notte e potrebbe essere andata ovunque, “a Venezia o sparita con qualcuno” dice la mamma. Una veggente ha una visione e si dice sicura, la giovane è morta ed è finita nel lago di Como: qualcuno le da ascolto e la sua visione si rivela corretta. Davvero solo l’ipotesi paranormale potrebbe spiegare questa straordinaria coincidenza?

Motivi per dubitare

Se si va a guardare meglio, in realtà, si scopre che le cose stanno in maniera un po’ diversa. Innanzitutto, non è vero che le ipotesi su dove fosse scomparsa fossero così vaghe e generiche: all’epoca, infatti, i carabinieri ipotizzarono: 1) che la donna e la sua auto fossero finite nel lago; 2) che ci fossero cadute perché probabilmente la ragazza si voleva suicidare e 3) che l’auto fosse scivolata proprio nella stessa area in seguito indicata anche dalla veggente.

La sera del 30 novembre 2002, Chiara Bariffi era uscita con alcuni amici. Verso le 2,30 ha manifestato l’intenzione di tornare a casa. Un amico l’ha accompagnata alla sua auto. Dopo un saluto, alle 3 si è allontanata, scomparendo senza più lasciare tracce. Avrebbe dovuto percorrere solo quattro chilometri di lungolago per arrivare da Dervio a Bellano (Lecco).

All’epoca, la stessa madre, parlando con i giornalisti di Chi l’ha visto?, aveva pensato al peggio: “Ho cominciato a fare un’ipotesi tragica perché ho pensato che fosse sparita nel lago, dove l’acqua è molto alta”. A 25 anni Chiara era andata a Londra per imparare l’inglese. Dopo tre anni era tornata, delusa da quell’esperienza. A proposito del suo rientro da Londra il padre ha raccontato: “All’inizio sembravano tutte rose e fiori. Poi deve aver fatto delle esperienze tutt’altro che buone. Si sentiva perseguitata da alcune persone che aveva conosciuto là. Era convinta che ci fosse un inglese che l’aveva seguita qui, ma con intenzioni cattive”. Era seguito un periodo di disagio, dal quale stava uscendo anche con l’aiuto di alcuni amici.

A suo tempo, gli inquirenti avevano ristretto a quattro i punti dove Chiara avrebbe potuto decidere di lanciare l’auto nelle acque per farla finita senza lasciare tracce. Sono altrettanti scivoli per l’alaggio delle barche. In effetti, il luogo del ritrovamento è risultato essere un punto noto per la sua pericolosità, dove già in passato avevano trovato la morte alcuni automobilisti e dove era stato anche ritrovato il cadavere di un rapito.

Risulta evidente a questo punto che la notizia appare meno clamorosa di quanto sembrava all’inizio: che Chiara fosse finita nel lago di Como, e non a Venezia o chissà dove, lo si sapeva già: era infatti l’ipotesi più probabile, quella seguita subito dalle forze dell’ordine e immaginata anche dai genitori. Inoltre, la zona ristretta della scomparsa (meno di 4 chilometri) ridimensiona anche la






Chiara Bariffi

precisione delle indicazioni della sensitiva.

Forse la signora Busi, nel tentativo di rendersi utile, si è informata sul caso (le informazioni che abbiamo indicato erano tutte disponibili su Internet, in particolare sul sito di Chi l’ha visto? e poi ha provato a fare un’ipotesi plausibile, che si è rivelata corretta. D’altro canto, la sensitiva aveva dato le sue indicazioni diversi mesi fa e, in tutto questo tempo, i sub hanno continuato a perlustrare il lago: dunque, se ci sono voluti dei mesi, non doveva essere poi così precisa la “visione” della veggente.

D’altra parte, potrebbe anche darsi che la signora Busi abbia davvero il dono della “chiaroudienza”, come dice lei, che sentirebbe cioè le voci dei morti. Un piccolo controllo sui suoi precedenti, però, non sembra confermare questa dote: quando, per esempio, aveva guidato una squadra di operai nel giardino del Vittoriale, alla ricerca del misterioso “Oro di Dongo” (casse di oro, gioielli e documenti che Mussolini avrebbe avuto con sé durante la fuga) che lei “sentiva” essere là, la spedizione si risolse in un fallimento. Stesso risultato quando si trattò di trovare altre persone scomparse.

Un caso simile

Il caso di Como ricorda molte altre vicende di “veggenti detective”, sensitivi cioè che si dice avrebbero aiutato la polizia a ritrovare persone scomparse o a scoprire colpevoli di delitti. In realtà, ogni volta che è stato possibile condurre delle verifiche queste notizie si sono sempre rivelate gonfiate e approssimative.

Di un caso molto simile, per esempio, mi ero occupato personalmente alcuni anni fa. Il 14 febbraio 1991 il settimanale Visto, pubblicava un articolo intitolato: “Sentiva che Luca era lì, in fon1o al mare”. La storia era quella di un ragazzo livornese, Luca del Gamba, che era andato a pescare col cognato Paolo Falleni su una scogliera poco fuori Livorno. Era il 5 gennaio, una giornata fredda ventosa e, forse anche per colpa del vento, il ragazzo aveva perso l’equilibrio ed era scivolato in mare scomparendo tra le onde. Immediatamente vigili del fuoco e sommozzatori si erano dati da fare per cercare il corpo ma senza successo.

Secondo i giornali locali, “i Vigili del fuoco avevano scandagliato e setacciato ogni tratto di mare. Nessun risultato lungo costa e al largo, nella sabbia e tra gli scogli. È allora che il padre dell’annegato decide di chiedere l’aiuto di una sensitiva di Como, Amalia Agostena. La donna si concentra su una fotografia del ragazzo e disegna il profilo della costa indicando il punto in cui il corpo si sarebbe impigliato a 300 metri dalla riva… Amalia Agostena ha indicato il punto esatto dove si trovava il cadavere in un tratto di mare già scandagliato senza risultato” e Visto confermava che era stata la donna a indicare “esattamente ai sommozzatori dove recuperare l’annegato”.

Insieme al padre del ragazzo la medium saliva su una motovedetta dei Vigili del fuoco. “Vigili e sommozzatori sembravano scettici”, raccontava nell’intervista di Visto la signora Agostena, “tuttavia mi dissero di indicare io la direzione da prendere. Io l’indicai. Durante il percorso riconobbi la roccia dalla quale i due cognati erano caduti (l’avevo “vista” mentre mi concentravo) e aggiunsi che quel tratto di mare nascondeva ancora i corpi di due persone, un uomo e un ragazzo annegati e non ancora ritrovati. Era tutto esatto, e questo lasciò stupefatti i vigili. A un certo punto sentii che c’eravamo. Dissi che Luca aveva avuto un colpo alla testa e altri al torace (infatti quando fu ritrovato aveva alcune costole rotte e una ferita al capo)… Luca era lì, ne ero sicura”. Poco distante il corpo veniva a galla ed era recuperato dai Vigili. Un nuovo successo si aggiungeva alla lista della sensitiva di Como.

Per verificare i fatti, avevo semplicemente chiesto conferma di quanto scritto al Comandante dei Vigili del Fuoco di Livorno, il dr. Fabrizio Ceccherini, che mi aveva spiegato come la zona del ritrovamento non era stata affatto scandagliata in precedenza: “L’area prospiciente il luogo del sinistro era stata divisa in settori e scandagliata a scacchiera con successive immersioni effettuate secondo direttrici “a pettine””.

“Il preordinato programma di lavoro”, continuava Ceccherini, “prevedeva, il giorno del ritrovamento del cadavere, l’estensione delle ricerche alla zona in questione”. Era evidente che la zona del ritrovamento non era stata esplorata dietro precisa indicazione dalla sensitiva ma rientrava nel piano di ricerca dei Vigili. Il Comandante aveva aggiunto: “l’ipotesi dell’affioramento spontaneo del cadavere era stata comunque valutata e ritenuta probabile in relazione al periodo trascorso rapportato alla temperatutra dell’acqua che poteva aver influito nei processi di decomposizione organica”.

In conclusione, quale era stato il ruolo della sensitiva nel ritrovamento del corpo del ragazzo? Per il Comandante Ceccherini “la signora Agostena è stata ammessa a bordo dell’unità nautica soltanto in qualità di ospite dei familiari del defunto ed esclusivamente per ragioni umanitarie e di rispetto del dolore dei parenti, senza nessun ruolo operativo”.

Un invito ai sensitivi

Dunque, in quel caso l’utilità della sensitiva era stata nulla: ciò nonostante, la signora Agostena era stata brava a capitalizzare sul fatto di essere presente al momento del ritrovamento per aggiudicarsene il merito.

Ci auguriamo che in questo caso non sia successo qualcosa del genere, e speriamo che gli approfondimenti di indagine che abbiamo in programma per i prossimi giorni ce lo possano confermare.

Tuttavia, ricordiamo che, a tutt’oggi, nessun veggente o sensitivo è mai riuscito a dimostrare la veridicità di tali facoltà paranormali in condizioni di controllo, in condizioni dove cioè sia possibile escludere il caso o la frode. E’ sempre in palio un premio da un milione di dollari per la prima persona che ci riuscirà e non potremmo che essere felici se la signora Busi volesse tentare di portarselo a casa (anche solo per donarlo in beneficienza).

Autore: Massimo Polidoro (tratto dal sito del CICAP)