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Tropici gelati, mari ribollenti

di Valentino Rocchi

Lo scrittore Maurice M.Cotterel bel suo libro “I Superdei” (Edizioni Corbaccio) fa luce su quella che sicuramente è stata la più grande catastrofe nella storia recente del nostro pianeta : l’ultima glaciazione

A differenza di quanto si finora è pensato, la glaciazione nel Pleistocene (12000 anni fa circa) non è stata lenta e graduale ma improvvisa e repentina. L’autore fa notare come in Alaska ed in Siberia nel secolo scorso molti tra i pescatori ed i cercatori d’oro hanno trovato scheletri di animali che all’epoca vivevano in climi molto più temperati o addirittura tropicali…come le scimmie gli ippopotami gli elefanti nani..forse gli stessi mammuth ed alcuni grandi felini come giaguari linci e tigri dai denti a sciabola…

Alcune isole a nord della Siberia sul mar Baltico ed alcuni letti di fiumi in Alaska sono dei veri e propri “cimiteri” di questi animali..con ossa smembrate e mischiate a resti di alberi e piante che all’epoca sono state trascinate da un violentissimo cataclisma che li ha uccisi sterminandoli e seppellendoli sotto detriti di terra roccia e limo…poi invasi e coperti dalle acque

L’autore sulla base delle ricerche di alcuni studiosi del secolo scorso che si recarono in Alaska…arriva alla conclusione che un’evento simile non poteva essere avvenuto in un’arco di tempo più o meno breve (come comporta appunto una glaciazione) ma in un momento improvviso ed immediato come forse diverse ondate di tsunami (onde di mare anomale alte anche centinaia di metri e che si abbattono sulla costa a velocità spaventose..spesso ad oltre 1000 km orari) causate da un’impatto meteorico violentissimo o da un terremoto estremamente forte…un’evento che avrebbe potuto modificare l’assetto geografico terrestre e lo spostamento del suo asse…con la ridislocazione dei poli in climi temperati

E’ possibile che alcuni scheletri trovati ammassati e relativamente ben conservati trovano la logica spiegazione che gli animali si siano trovati nella condizione di rimanere il più possibile a contatto fisico (per scambiare calore) allo scopo di ritardare la morte per congelamento..questo perchè la ridislocazione dei poli li avrebbe portati a vivere a temperature sottozero ed alle quali il loro fisico non ha retto…mentre gli scheletri smembrati e mischiati a radici sono stati investiti da un’onda d’acqua violentissima e poi trascinati a valle dai fiumi neoformati…

Il fiume Tanana scorre attraverso lo Yukon in Alaska. Nel 1940, in mezzo a quanti setacciavano il fondo e il limo ricco d’oro, deboli grida attraversarono il ronzio e il frastuono generali, an­nunciando una scoperta: gli scavi si arrestarono. Nell’umido si­lenzio, il fiume parve pullulare d’ossi di carcasse: centinaia, prima, e poi migliaia di mammuth estinti, mastodonti, cavalli e bisonti.

E le domande cominciarono:

Come avevano incontrato una morte improvvisa e violenta que­gli animali:, all’epoca dell’ultima glaciazione, più di diecimila anni prima? Che cosa li aveva condotti in così gran numero nello stesso posto e nello stesso momento?

Quali forze li avevano squarciati membro a membro mescolan­doli alle radici degli alberi abbattuti?

Non c’è da meravigliarsi se, sulla scia di simili rivolgimenti, enig­mi di questo genere insorsero ad infiammare l’immaginazione di un’intera scuola di « catastrofisti » ansiosi di spiegare l’inspiega­bile. Uno tra i più famosi fu lo scrittore, storico e scienziato Immanuel Velikovsky.

Nato in Russia, Velikovsky si laureò all’età di 26 anni all’Uni­versità di Mosca, avviando quindi la sua carriera, nel 1923, in Israele, sulle orme dell’astro nascente di Sigmund Freud, colui che, con le sue teorie, sondò le profondità della mente umana. Le teorie freudiane interessarono Velikovsky in relazione al suo la­voro sulla « amnesia collettiva», un termine da lui stesso coniato per spiegare la perdita misteriosa di memorie storiche da parte di intere razze nel corso dei secoli. Nel 1939, lo scienziato ipotizza­va che molti racconti antichi, pur avendo da un lato una natura allegorica, potessero dall’altro coincidere con fatti realmente av­venuti. Così, per esempio, Velikovsky era convinto che il monte Sinai avesse eruttato durante l’esodo degli israeliti dall’Egitto, una supposizione in accordo con i racconti delle grandi epidemie che avevano spazzato il territorio. Ulteriori ricerche confermaro­no le sue opinioni, grazie anche allo studio di altri antichi docu­menti che comprovarono non soltanto l’effettiva realtà di eventi biblici, ma anche di catastrofi concomitanti che la scienza non era in grado di spiegare.

Earth in Upheaval non fu la prima opera di Velikovsky, ma la sua pubblicazione, nel 1955, proseguiva il discorso di Worlds in Collision (1950) e di Ages in Chaos, volume i (1952), due libri che avevano messo in subbuglio il mondo scientifico sollevando un vespaio di polemiche. Fino ad allora, i geologi avevano pre­sunto che l’evoluzione si fosse svolta solo in modo graduale. A quanto asserivano, le gentili forze della natura, l’erosione e la sedimentazione congiunte in periodi di tempo infinitamente lun­ghi, erano sufficienti a spiegare lo status quo geologico che ve­diamo intorno a noi.

Ma le cose stavano già cambiando e, negli anni ‘60, le idee dell’esploratore e meteorologo Alfred Wegener, convinto asser­tore dell’idea che una volta i continenti della Terra fossero tutti uniti, cominciarono a conquistare il favore generale. Non era stato sempre così. Per mezzo secolo, i geologi avevano ignorato queste teorie radicali, eterodosse e, naturalmente, « originali », asserendo che Wegener era completamente pazzo. Ma per lo scienziato, la supposizione che, molto tempo fa, esistesse un’u­nica massa terrestre sulla faccia del pianeta, era la sola sensata perché spiegava come mai le forme dei continenti combaciassero come i pezzi di un puzzle; perché le montagne si presentassero in catene, piuttosto che isolate; come e perché si trovassero fossili marini su picchi montani; come il lemure potesse allignare in zone geologiche ampiamente separate (il Madagascar e la costa orientale dell’Africa, nonché l’Asia sudorientale); per quale mo­tivo nelle Spitzbergen si rinvenissero palme fossilizzate, e perché, infine, nell’Antartide, affiorassero depositi di carbone.

Il meteorologo Alfred Wegener andò incontro al ridicolo nel 1915 quando avanzò l’ipotesi che le masse terrestri una volta fossero tutte unite nella cosiddetta Pangea. Lo studioso si rifaceva a una precedente tesi di Antonio Snider, l’iniziatore della teoria sulla deriva dei continenti. Wege­ner pubblicò prove geologiche, climatologiche e biologiche che conferma­vano le supposizioni di Snider.

I moderni ricercatori convalidarono l’opera di Wegener ana­lizzando il magnetismo riscontrato in campioni di roccia separati per migliaia di chilometri dall’oceano. L’identità osservata per­suase gli scienziati che quelle rocce, un tempo, fossero unite. Centottanta milioni di anni fa, la massa terrestre originaria si era spaccata in due parti, la Laurasia a nord, e la Gondwana a sud, dopo di che, i due tronconi avevano cominciato a scindersi a loro volta in parti più piccole.

Circa 65 milioni di anni fa, il Sud America si era separato dall’A­frica e aveva incominciato ad andare alla deriva verso nord-ovest. Il Ma­dagascar, a sua volta, si era staccato dal continente africano. Il Mediterra­neo cominciava allora a formarsi, mentre l’Antartide e l’Australia erano ancora unite.

Il mondo oggi si presenta diviso in cinque continenti: le due Ame­riche, l’Africa, l’Asia, l’Australia e l’Europa. Il polo artico è composto di acqua congelata, mentre l’Antartide costituisce un subcontinente.

Ma furono i geologi che, negli anni ‘60 e ‘70, confermarono con le loro ricerche sul paleomagnetismo l’esattezza delle teorie wegeneriane, dato che, su ambo i lati dei grandi oceani, si pote­vano osservare strutture dal magnetismo identico, così da far pensare che, nel lontano passato, fossero effettivamente state congiunte.

Velikovsky si chiese come i continenti potessero essere andati alla deriva così rapidamente. Era possibile che massicce forze esterne avessero contribuito al processo, e se così, di quali forze poteva trattarsi? Cercando una spiegazione ai fenomeni di Tana­na, lo studioso cita l’opera di F.C. Hibben dell’Università del Messico:

Benché la formazione di depositi di limo, fango e ossa non sia chiara, ci sono ampie prove del fatto che almeno una parte di questo ma­teriale si sia depositata in seguito a una catastrofe. I resti dei mam­miferi sono per lo più smembrati e disarticolati, anche se alcune parti, come brandelli di legamenti, porzioni di pelle, di peli e di carne, permangono ancora nel loro stato di congelamento. Alberi attorcigliati e divelti sono impilati in coacervi scheggiati e in questi depositi si possono rintracciare perlomeno quattro conside­revoli strati di ceneri vulcaniche, anche se estremamente deformati e distorti.

Così incomincia il viaggio di scoperta di Velikovsky, con un’ar­gomentazione contraria e originalissime indagini nel segno del catastrofismo per cui si giunge a una conclusione univoca: l’uo­mo è cieco se non vede ovunque le tracce della periodica distru­zione apportata dai cataclismi. Tornando agli animali estinti del fiume Tanana, Velikovsky domanda: « Potrebbe darsi che un’e­ruzione vulcanica abbia ucciso la popolazione animale dell’Ala­ska e che i corsi d’acqua abbiano trascinato giù per le valli le bestie uccise? » Lo scienziato, tuttavia, rifiuta subito l’idea osser­vando: « Un’eruzione vulcanica avrebbe carbonizzato gli alberi, ma non li avrebbe scheggiati e sradicati. Se avesse ucciso gli animali, non li avrebbe smembrati. Appare ovvio che solo un ciclone o un’inondazione o le due cose insieme possono aver sradicato e scheggiato gli alberi». E continua: « Gli animali pos­sono essere stati uccisi solo da un’onda gigantesca che sollevò, trasportò, maciullò e seppelli milioni di corpi e di piante». L’i­potesi è confermata dal fatto che la zona colpita è assai più vasta di quella eventualmente interessata da un’eruzione vulcanica che avesse provocato la catastrofe e dalla circostanza che depositi consimili esistono in tutta la penisola artica.

Dall’altra parte del globo, si stende la Siberia, una vasta zona gelida e selvaggia, troppo fredda anche per gli alberi più resi­stenti. Nel 1799, un certo Boltunov, un commerciante d’avorio, trovò un mammuth sotto lo strato di ghiaccio alla foce del fiume Lena. Un rinvenimento in sé tutt’altro che sorprendente, dato che i mammuth, a quanto si ritiene, avevano abitato la regione in epoche più calde, insieme al rinoceronte, all’alce, ai cervi, al bue muschiato e ai gatti dai denti a sciabola. A Berezova, tuttavia, nel 1900 venne alla luce un esemplare di mammuth ancora più sin­golare, sepolto a grande profondità sotto il ghiaccio permanente dell’Artico. La carcassa, ritrovata in posizione eretta, con alcuni ranuncoli tra i denti serrati, rivelò parti di cibo non digerito nello stomaco. La sua carne, a quanto dissero i testimoni, era ancora abbastanza fresca da risultare appetibile per i cani da slitta.

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