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Alvar Aalto, l'architetto che cambiò il '900

E' uno dei numi tutelari dell'architettura e del design del XX secolo. Oggi, a più di cento anni dalla sua nascita e a ventisei dalla morte, ha ancora molto da insegnare.

Quando si iscrisse al Politecnico di Helsinki, Alvar Aalto veniva dalla periferia. Infatti era nato a Jyvaskyla e la capitale finlandese, con il delicato stile neoclassico del suo centro storico e i lunghi viali fin de siècle, gli comunicava un senso di disagio visto che era abituato a ben altro, essendo lui cresciuto tra laghi e foreste, a contatto col vento e col grande freddo del profondo nord.
Conseguita la laurea nel 1921, se ne tornò nella sua appartata provincia. Ma fu proprio dai luoghi della sua infanzia che iniziò la sua ascesa in campo internazionale. Dal padre, contadino, aveva ereditato il rispetto per la cultura indigena e una profonda venerazione per la natura. Di suo aggiunse uno straordinario istinto creativo. Quello stesso istinto creativo che lo avrebbe trasformato ben presto in uno dei quattro padri dell’architettura del ventesimo secolo, accanto a Le Corbusier, Mies van der Rohe e Frank Lloyd Wright. Aalto iniziò la sua carriera di progettista sotto l’influenza del neoclassicismo a cui resterà sempre legato incosciamente, ma ben presto la sua vena poetica inclinò verso un funzionalismo d’impronta tipicamente nordica. Non sopportava l’esibizionismo, solamente a Elisa, la seconda moglie, consentiva di contavvenire a questa sua norma, con grandi cappelli di paglia.

Poltrona “41″, progettata da Aalto nel 1932 per il sanatorio di Paimio. Ha la struttura portante in legno laminato e la seduta in pelle.

Se Le Corbusier era un “atleta della lingua” come fu detto da qualcuno, Aalto non ha lasciato testi altrettanto poetici, ma di sicuro massime illuminanti. “Il 5 per cento è ispirazione, il 95 per cento traspirazione, cioè sudore e fatica” ripeteva spesso, così come disse più volte nella sua vita: “è inevitabile che in un edificio ci siano delle imperfezioni”.
Costruiva, costruiva… e pareva che ogni volta ricominciasse da zero. Non partiva da schemi prestabiliti. Aveva un sacro rispetto del contesto, attribuiva, infatti, la massima importanza alla modellazione dello spazio interno in relazione all’ambiente. Forse è questo il motivo per cui la sua opera, a distanza di moltissimi anni, si presta, di volta in volta ad interpretazioni ed etichette diverse: una volta razionalista, una volta funzionalista, ma anche neobarocca, ecc..

Ed ecco anche perché spesso, parlando della sua opera, viene fuori l’aggettivo “umano”.