Questo sito contribuisce alla audience di

Fabrica: la serra creativa di Benetton

Ogni anno questo laboratorio di ricerca sulla comunicazione ospita quaranta giovani borsisti che vengono da tutto il mondo per sperimentare nuovi linguaggi. Fanno parte, in tutto e per tutto di quella no logo generation che sfila, pacificamente, contro la globalizzazione, ma hanno deciso di lavorare per una multinazionale. [Articolo di Riccardo Barlaam apparso su Ventiquattro, il magazine del Sole24Ore, n.9/2001]

Mezzogiorno. L’autobus sbuffando scarica un gruppo di turisti giapponesi davanti ai cancelli di Fabrica, il laboratorio di ricerca sulla comunicazione del gruppo Benetton progettato da Tadao Ando. Architettura zen affogata nella pianura veneta.
I turisti si fermano ad ammirare la prima opera realizzata in Europa dal maestro giapponese, mentre la guida ne illustra le caratteristiche.

Un attimo dopo nelle loro mani si materializzano decine di macchinette fotografiche, certo di ultimissima generazione. In una manciata di secondi scattano centinaia di foto. Cartoline a futura memoria. Poi, in silenzio, compostissimi come se fossero guidati da un invisibile burattinaio maniaco dell’ordine, risalgono sul pulman per continuare il loro giro.
La scena si ripete quasi ogni giorno, alla stessa ora. I tour operator, dopo Venezia e le ville del Brenta, Padova, Vicenza e Verona, Treviso e Asolo, hanno inserito tra le tappe obbligate dei loro itinerari anche la meno nota frazione Catena, nel Comune di Villorba. Profondo Nordest, dove gli operai che girano in Mercedes e Bmw si confondono ai “padroni”.

[…] E’ quasi ora di pranzo. Le lezioni sono terminate. Alcune ragazze ridendo si allontanano in bicicletta dalla strada che costeggia i vigneti. Parlano inglese. Una è di colore. Un’altra ha i lineamenti orientali. Le altre due sembrano europee. Yutori, scrive Tadao Ando a proposito di Fabrica, è un concetto giapponese che “esprime la libertà connaturata al processo creativo. Concetto che, apparentemente perduto dalla società contemporanea, sembra essere molto apprezzato in questo centro”. Punto di partenza del progetto è stato il recupero di una villa palladiana del Seicento.
L’architetto ha creato nel retro dell’edificio degli enormi spazi sotterranei ma pieni di luce che si affacciano su una piazza ovale scavata sotto il livello del terreno. Elemento unificante fra vecchio e nuovo è una lunga serie di colonne alte sei metri che non sorreggono niente e tagliano trasversalmente la struttura. Un velo d’acqua – due ampie vasche profonde pochi centimetri, con i sassi bianchi sul fondo – delimita il perimetro della corte secentesca, e dà trasparenza all’insieme. Un senso di quiete in un rigore formale assoluto.

Link correlati