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Sergio Bonelli:... E Tex montò sulla Jeep

Lunghi bivacchi alla maniera del mitico cowboy dei suoi fumetti. Giorni in attesa di una tanica di benzina. Così la traversata panamericana del '72 trasformò un milanese iperattivo in un uomo pigro. [Articolo di Maria Grazia Ligato apparso su L'Espresso nel 2001]

È il fratello di Tex Willer: fu suo padre Gianluigi a dar vita e storia al mitico cowboy e all’amico Kit Carson. Praticamente un uomo con la testa tra le nuvolette: Sergio Bonelli è l’editore dei fumetti più amati dagli italiani.

Produce sogni e avventure formato cartoon attraverso le pagine illustrate di Tex appunto, Zagor, Dylan Dog, Nathan Never, Martin Mystere e molti altri. Personaggi tratteggiati tra sogni e avventure che Bonelli interpreta in prima persona. E non solo come sceneggiatore: ha attraversato il pianeta in lungo e in largo da grande viaggiatore.

Perché quando viaggia lo fa sul serio: esperto di Amazzonia, amico degli indiani Yanomami, habitué del Sahara.

Con un gruppetto collaudato di amici, lo stesso da trenta e più anni. La sua estate memorabile è proprio quella in cui si è consolidato il team che su una jeep sempre più scassata avrebbe attraversato il globo.

“Era il 1972 e abbiamo passato quasi l’intera estate in viaggio: dai primi di giugno a fine agosto. Con i miei amici Gerardo e Luigi, ho percorso più di 10.500 chilometri in jeep, da Yale al Perù.

Un bel salto rispetto alle solite estati, tanto simili a quelle che, ahimè, mi toccano adesso: un po’ di Santa Margherita, un po’ di Porto Rotondo, il lago. Intendiamoci: posti bellissimi, però…”

Perché partire da Yale?

“Perché Luigi stava studiando lì, poi è diventato professore di zoologia. Anche Gerardo oggi insegna all’università. Comunque, siamo partiti in jeep alla volta di New Orleans, giusto il tempo di dare un’occhiata a Bourbon Street. Volevamo raggiungere il Messico al più presto. Sapevamo che le strade erano sconnesse e che a passare i confini di Guatemala, Salvador, Nicaragua, Costa Rica avremmo avuto problemi con i doganieri. Ci tenevano fermi per ore, a volte aprivano tutte le borse, contenitori, boccette di medicine. Un po’ per controllare, un po’ per sollecitare qualche mazzetta”

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