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LATINO E VOLGARE NEL MEDIOEVO - prima parte

Il latino e il volgare convivono in quest'epoca, ma mentre il primo va sempre riducendo la sua importanza e rimane la lingua dei dotti, il secondo è in costante espansione e da lingua solo parlata, diviene poi anche lingua scritta.

Nel sec. VIII d.C. il processo di trasformazione che porta dal latino alle nuove lingue romanze si era ormai concluso in tutta la Romania e quindi anche in Italia. E’ dell’813 un canone del Concilio di Tours che prescrive ai vescovi di predicare in lingua romana rustica, per rendere accessibile la parola di Dio ai fedeli che ormai, nella loro maggioranza, non comprendono più il latino.

 

Negli ultimi secoli dell’Impero Romano e nei primi del Medioevo, mentre il latino parlato si va disintegrando in una moltitudine di parlate locali diverse, il latino letterale rimane fedele alla intransigente tradizione grammaticale e scolastica; anche quello insegnato nelle scuole che preparano gli abbreviatores e i notarii (i redattori delle epistole e degli atti ufficiali) si attiene rigorosamente alla tradizione classica. Si tratta sempre, comunque, del linguaggio di una schiera ristretta di persone colte e di dotti, non di una lingua comune.

 

I  vari volgari vivono frattanto una vita rigogliosa, ma, inizialmente, quasi nulla affidano, alla scrittura. Poi, lentamente, divengono anch’essi una nuova lingua letteraria che si accampa di fronte all’antica, ma questo avviene quando sorge una nuova cultura, non più aristocraticamente limitata alle scuole religiose e laiche, bensì più diffusa e popolare; dopo il Mille, cioè, quando si ha un generale risveglio della vita europea, un rifiorire d’industrie, di traffici, di rapporti più liberi e dinamici fra uomini e popoli.