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LA FORMAZIONE DELLA LINGUA LETTERARIA ITALIANA - prima parte

Il volgare comincia a prendere spazio anche nei testi scritti ed a sostituire il latino, comincia ad essere usato un solo dialetto in modo che i testi scritti siano comprensibili a tutti

Una nuova comunione linguistica appare già formata in Italia intorno al sec. VIII. V’è, cioè, in quest’epoca nella nostra penisola un complesso di dialetti diversi, ma tutti originati dalle modificazioni subite dal latino parlato e dotati di certe caratteristiche che li distinguono dalle altre lingue romanze. Il frazionamento dialettale è però maggiore in Italia che altrove, e dipende dal frazionamento delle varie comunità, dovuto a ragioni amministrative, ai confini ecclesiastici e politici stabiliti in parecchi punti della penisola e al fatto che al tempo di Roma vi erano in Italia stirpi diverse, che avevano sovrapposto il latino alle loro diverse lingue originarie: quella celtica a nord, quella umbro-sannita o italica nel centro-sud, quella etrusca in Toscana, ecc. Un fattore decisivo di frazionamento linguistico sembra essere la divisione dell’Italia decretata da Diocleziano (fine del III sec. D.C.) nei due vicariati di Roma e di Milano, separati da una linea di confine che va da La Spezia a Rimini; altre divisioni subentrarono, com’è noto al tempo delle invasioni.

 

La nascita in Italia di un volgare letterario è però più tarda che in altre nazioni della Romania, perché il Latino, come lingua scritta e parlata rimase vivo più a lungo da noi; inoltre, la situazione politica delle varie regioni e province non favorì per molto tempo il sorgere di centri di cultura che potessero accentrare su di sé l’interesse di tutta la penisola.

 

Originariamente, la parlata volgare si avvia a una forma più eletta e alla scrittura per opera di coloro che sono mediatori fra l’alta cultura latina e il popolo: sacerdoti, notai, giullari. I primi predicavano in volgare al popolo, i notai dovevano saper tradurre le scritture da loro stese in latino a chi non comprendeva questa lingua; quanto ai giullari, che erano poeti popolari, cantori, mimi, di vario livello culturale, cercavano di essere compresi da un pubblico più vasto che non fosse quello della loro città, e si sforzavano, inoltre, di dare alla loro espressione una patina di raffinatezza letteraria.