Io che ho guidato entrambi posso dirvi che sia la Vespa sia l’Ape avevano qualcosa da insegnare a chi era a digiuno di tale esperienza. Insomma approcciarsi ad essi richiedeva un minimo di adattamento. Naturalmente non parlo della Vespa di nuova generazione estremamente semplici da condurre ma di quelle a motore 2T laterale, freno posteriore a pedale e marce alla leva sinistra del manubrio. Chi si avvicinava all’Ape conoscendo questi due ultimi marchingegni tipici della Vespa aveva il 90% dei problemi risolti. Doveva solo ricordarsi di non prendere le curve troppo allegramente per non ribaltarsi.
Io una volta l’ho dimenticato e fu un’esperienza da non ripetere. Naturalmente ho continuato a divertirmici anche dopo come se niente fosse… vabbé lo ammetto, diventai parecchio più prudente. Questi ricordi sono tornati alla mente leggendo l’articolo di Valerio Monaco pubblicato nella sezione motori di Corriere.it che così esordisce:
“Nel 2008 l’Ape compie 60 anni. Nato da un’intuizione geniale, figlia dell’idea Vespa, il «tre ruote» Piaggio è diventato per molti un compagno di lavoro, di vita e di svago. Un successo italiano, che conta oltre 2.000.000 di esemplari nella sola Europa, e un classico, diffusissimo esempio della nostra genialità povera che ritroviamo battezzato con nomi esotici e colorati, dai «risciò» di Bombay ai «tuc tuc» di Bangkok, poi esportati sino al lungomare di Brighton. Un mito che ha condiviso, molti momenti chiave della nostra storia. L’Ape debutta nel 1948. È un anno da ricordare: entra in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana, il Torino conquista lo scudetto, le Olimpiadi di Londra siglano le vittorie di Zatopek e Consolini. Vittorio De Sica vince l’Oscar con il film Ladri di biciclette e le nuove tecnologie ci regalano il disco a 33 giri, il transistor e la cibernetica.”
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Luigi Perillo








