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Metzcla - Sashinka Gorguinpour

Il commento che leggerete è a cura de' Il filo edizioni, la casa editrice che ha reso possibile la pubblicazione di questa raccolta di poesie.

Leggere questa prima raccolta di Sashinka Gorguinpour significa avventurarsi nella mente e nell’anima di un’autrice, o meglio scoprire una nuova poetessa, che non ha paura di mostrarsi per quello che sente e per quello che è. Trasparenza, immediatezza del verso, quindi, ma soprattutto capacità e disponibilità a confrontarsi con la vita, accettandone alcuni aspetti, contestandone altri, ma rimanendo sempre e comunque in una posizione di aperta dialettica col tutto. L’ autrice scruta la realtà circostante da un osservatorio molto complesso, che di volta in volta sembra apparire slegato o comunque avulso alla vita che la circonda, oppure completamente immerso in un mondo sì ostile, ma omnicomprensivo e, quindi, tentacolare. L’unica alternativa che resta al poeta è quindi quella di esprimere il suo dissenso, interrogarsi sui perché e tendere attraverso la ricerca interiore ad una conoscenza dell’aspetto misterico che si muove dietro una realtà spesso contraddittoria e imperscrutabile.

Aiuto, non c’è più nessuno in questo
deserto gremito di passanti,
che mi riecheggi una nota familiare!?!

Paura, ti levi assassina sulle mie ferite
aperte , grondi sul mio viso
come una pioggia di stagione.

L’attesa si scioglie ogni volta
con la stessa catastrofe,
speranza che sei illusione.

(da “Aiuto non c’è più nessuno”)

Ma la riflessione dell’autrice si muove anche fuori verso l’esterno e abbandona a tratti il viaggio interiore, per intraprendere quello della condivisione con l’altro della sofferenza, come della gioia, della sorpresa, come della difficoltà, in un continuo e sottile gioco di rimandi. Ne emerge una visione complessa dell’esistenza che non rimane incastrata nell’autodeterminazione adolescenziale, ma attraversa il guado della maturità per confrontarsi con gli altri coinquilini del mondo.

Avvertiti i tuoi singhiozzi
sento la disperazione
travolgermi.
Tu che non piangi mai,
cadi sulle mie deboli
gambe.
Il tuo dolore è mio,
il massacro è nostro.

(da “12/06/02”)

Questo, tuttavia, è soltanto uno degli aspetti che confluiscono nella poesia della Gorguinpour che pure vive momenti di estrema attualità tematica e dall’universale arriva fino al fatto, alla denuncia sociale e morale. Senza però assumere una posizione di semplice sdegno o di rassegnata abitudine alla sofferenza. Il poeta assorbe l’avvenuta disgrazia, ne fa oggetto della sua meditazione e riflessione artistica, poi lascia trasparire con estrema finezza il sottile peso critico. E’ il caso di testi notevoli, come “Friday bloody Friday” o “Dead man walking” che dimostrano al tempo stesso una sensibilità e una delicatezza straordinarie, ma anche una carica lirica rilevante.

La santa alleanza ti preferisce vicino al boia,
l’uomo bianco ha deciso di calciarti ai bordi
di un camposanto.
Cipro era già abbastanza per un alfabeto greco
e indifferente, Roma è lontana, i tuoi uomini
bruciano e, carbonizzati, crepano senza una terra
che li accolga per l’eterno dormire.

(da “Dead man walking”)

Un linguaggio forte, quindi, che invade la liricità del verso quasi non riuscisse a contenere la sua aggressività, voglia di emergere e scuotere il lettore con vere e proprie “bordate” di poesia. Di qui anche un’attenzione particolare per l’utilizzo della parola poetica e di una musicalità spezzettata del verso, senza indugiare particolarmente su costruzioni letterarie troppo artificiose. L’obiettivo da raggiungere è quello della comunicazione immediata e diretta al lettore, che in questo senso appare come un vero e proprio protagonista indiretto del processo poetico. Ed ecco che dalla passività della pagina, l’altro diventa co-protagonista di un pensiero, di un’intuizione, perché quello che viene comunicato nel testo non è un diktat o un assunto criptico, ma uno spunto su cui poi costruire la propria riflessione personale.

Ho ringhiato ai più forti
di non provocarmi,
ho aspettato dai deboli
la voglia di prevaricarmi.

Ho ingoiato la merda che mi
sembrava più ghiotta,
ho auspicato che i sentimenti
facessero bancarotta.

E ora guardo, questo spettacolo
di grandiosa demenza, tra il rosso e il bianco
c’è una certa fluorescenza.
Quando mi viene da ridere
non mi ferma nessuno, che il sale
dia sapore agli insipidi, ma
era meglio tra ladri e puttane.

(da “Ho ringhiato ai più forti”)

In conclusione un lavoro poetico che pur scegliendo la strada di una comunicazione con il lettore improntata al dialogo e al continuo scambio seppur simbolico di spazi e di idee, conserva un grado di liricità degno di nota e soprattutto dimostra una maturità stilistica pregevole, ma non vittima di sterili influenze del passato.

Giulio Perrone