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Recensione di Silvia Zanetto

Originale lettera-recensione sul romanzo "L'urlo del destino" di Matteo Pegoraro

“L’URLO DEL DESTINO” DI MATTEO PEGORARO

Stavo proprio finendo di leggere le ultime pagine di questo bel romanzo, quando ho ricevuto la mail di Matteo che ci invitava a scriverne delle recensioni.
Ultimamente mi capita spesso l’opportunità di leggere opere di scrittori esordienti, quasi sempre autori che conosco: a volte ho avuto la fortuna di incontrarli di persona, più spesso li “conosco” virtualmente, come nel caso di Matteo, attraverso la Rete. Ed ogni volta mi tornano alla mente le belle parole del “Giovane Holden”:

“Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira” (J.D. Salinger “Il giovane Holden”)

Così, penso a quanto sia piacevole ed interessante la possibilità di comunicare con l’autore, anche semplicemente per riferirgli le proprie impressioni e le emozioni che la lettura ha suscitato. Per questo, caro Matteo, avevo già in programma di scriverti tutto ciò che ti dirò ora, e spero mi perdonerai se questa somiglierà più ad una lettera che ad una vera e propria recensione.
La più evidente caratteristica de “L’urlo del destino” è che è un romanzo avvincente, uno di quelli che il lettore non riesce a richiudere e posare sul comodino, pur sapendo fin dall’inizio come va a finire: non riesce infatti a spiegarsi perché finisca in un modo così disperato ed assurdo, e quali vicende il destino abbia intrecciato per condurre Andrea, un sedicenne tutto sommato “normale”, a tutto questo.

Altrettanto evidente è il fatalismo che pervade tutto il libro, a partire dal titolo, che ci fa immediatamente comprendere come il destino, anzi il “Signor Destino” con la maiuscola, sia il vero protagonista della storia di Andrea. Un fatalismo totale, assoluto, da tragedia greca, che preclude il libero arbitrio e porta il giovane protagonista là dove non vuole andare.

Pertanto, la vita è colta in un’accezione intensamente pessimista. Appare soltanto una debole luce di speranza nella figura, fortemente simbolica, della piccola Debora: la bambina, frutto di una relazione adulterina del padre, emblema quindi di tradimento, una volta conosciuta nella sua innocente ingenuità diventa “sorella” e “famiglia”.

Altra considerazione: il target. A quale tipo di pubblico è rivolto un romanzo come questo, in cui i protagonisti e l’autore sono degli adolescenti, dove la vicenda si snoda attraverso i corridoi dei pensionati studenteschi, dove i sessantenni sono definiti”vecchi”? Sicuramente, fin troppo ovvio, ad un pubblico molto giovane, che non potrà non ritrovarsi, se non nelle drammatiche vicende del protagonista (c’è da augurarselo, almeno!) certo nelle sue complesse e contraddittorie emozioni, negli improvvisi ribaltamenti di prospettiva, per cui l’amico si trasforma in nemico – e viceversa – magari per un gesto, una parola. E ancora: nelle sue decisioni repentine e poco meditate, nell’incapacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni, nel lasciarsi trasportare in maniera incontrollata dai propri impulsi, fino a scontarne duramente le inevitabili conseguenze. Giovanili l’impulsività e l’incoerenza del protagonista, quindi, ma anche il suo appassionato amore per la vita, la sua brama di raggiungere la felicità che sa spettargli di diritto, il bisogno disperato di avere dei punti di riferimento,in cui rimbalzano alternandosi la passione per Giulia e l’amicizia per Marco, entrambe intensissime e mai vissute fino in fondo.

Un libro per ventenni o poco meno? Sì, ma non solo. A me personalmente è piaciuto, e tu sai Matteo che io vent’anni non li ho più da un pezzo. Non sono nemmeno una madre, ma penso che potrebbe aiutare molte persone della mia generazione, soprattutto quei genitori che, pure armati di tutte le buone intenzioni, scrollano il capo commentando con i loro coetanei “Io mio figlio proprio non lo capisco…”

Sul piano formale il libro è certamente ben scritto, con uno stile a volte asciutto e incalzante (ho apprezzato molto il passaggio dal passato al presente nella scena clou della rissa con Mirco), a volte più poetico, con qualche squarcio lirico, soprattutto nelle lettere di Marco.

I personaggi sono vivi, reali, suscitano la nostra simpatia ed antipatia insieme a quella di Andrea, i dialoghi quasi sempre spontanei (e non è facile…).

Avrei però qualche perplessità sul personaggio di Marco, soprattutto il suo linguaggio: vero che è un ragazzo “speciale”, con una sensibilità più intensa, acuita dalla malattia, però nei dialoghi, il primo in particolare, si sente qualcosa di artefatto, non mi sembra il modo di parlare di un sedicenne, così corretto, quasi letterario… Immagino sia voluto, perché nessun altro dialogo mi ha dato questa sensazione, al contrario…

A parte quest’unico appunto, comunque, il mio giudizio è decisamente positivo, ancor di più se penso a quanto l’autore sia giovane... Complimenti, Matteo, credo proprio che farai strada!

Silvia Zanetto