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"Col Culo Scomodo" di Antonella Lattanzi

I racconti raccolti in queste pagine, più che delle esperienze separate, sono un tutt’uno, un amalgama di emozioni, suoni e avvenimenti sradicati direttamente dal mondo in cui viviamo e ripiantati in una pagina bianca, senza troppe formalità e scontati artifici.

Titolo: col culo scomodo – non tutti i piercing riescono col buco
Autore: Antonella Lattanzi
Casa Editrice: Coniglio Editore, collana i Lemming, a cura de «L’Ostile»
Prezzo: euro 5
Numero Pagine: 64
Data e Luogo di Pubblicazione: Novembre 2004, Roma
Genere: Narrativa, raccolta di racconti
Illustrazioni di Copertina: Daniel Egnéus

A richiesta in tutte le librerie. E’ possibile richiederne copie all’autrice

Non si tratta di un’autobiografia, né di una sorta di diario personale, quanto più di una specie di reportage fotografico sulla realtà circostante, sull’universo giovanile in particolare, ma più in generale sulla gente e sulle sue reazioni a determinati eventi –spesso molto cruenti, crudi e quasi spietati -. L’autrice di questa raccolta tende ad indagare nella vita di chi le sta intorno, nelle idee delle persone comuni e non, per cercare di pensare ciò che pensano loro e di sentire le stesse sensazioni che provano loro. Come se la pelle degli altri aderisse alla propria pelle. Per Antonella Lattanzi, scrivere è ogni volta calarsi in una parte, diventare quella parte, come quando un attore, per recitare il ruolo di un cieco, si mette una benda sugli occhi. E non vede più.
Quando scrive di una persona grassa, lei è una persona grassa, quando scrive di una ragazza che è stata in carcere, o che ha violentato un suo amico, o che ha ucciso sua madre, ha fatto tutte queste cose. E tutte queste cose hanno fatto lei stessa, e il suo modo di vivere.
L’autrice di Col culo scomodo ha mangiato fino a scoppiare, ha violentato un uomo, ha conficcato un coltello nelle carni di chi l’ha partorita. Questi racconti sono stati scritti – come diceva qualcuno-“uccidendo i cani che sono dentro di noi”, sbudellandoli, bevendone il sangue, non per liberare se stessi o gli altri da angosce o paure ataviche, ma per crearne di altre e viverle sino in fondo. Per questo motivo, vanno letti come un’unità. Sono lo sforzo continuo di rappresentare la società, di amare e odiare, di provare sensazioni forti che rimangano impresse nella mente di chi li legge. Sensazioni, appunto, scomode, che prendono chi legge dritto allo stomaco e lo trascinano in un crescendo di emozioni galoppanti, dal riso al pianto, dal disgusto al desiderio, dal gusto allo sgomento, alla paura, al piacere sessuale, al più ardente degli amori. Alcuni di questi racconti parlano di una stessa protagonista e – di volta in volta - si focalizzano su determinati personaggi, per tracciare i contorni di un mondo preciso, ben definito, e letto a puntate, come in un romanzo d’appendice. Altri potrebbero parere sconnessi, distaccati dal tutto, ma poi ci si ritrovano gli stessi luoghi, le stesse sensazioni, lo stesso sfondo.
Questa raccolta è la storia di una giovane donna che vive criticamente la sua contemporaneità, una donna lontana dai falsi pietismi e dai moralismi fittizi. Una che cerca di fuggire i finali scontati e le facili conclusioni, che tenta di sapere ciò che non sa, e a cui non va bene che esistano i ricchi e i poveri, ma sa che ci sono, e che l’unico modo per non essere né l’uno né l’altro è comunicare il proprio disgusto.
Tutti i racconti sono delle denunce. Sono degli spaccati di vita. Sono la vita vista da un’altra prospettiva, dove un angelo può e deve essere tossicodipendente, e una famiglia perfetta deve contenere un imbroglio, e dove sono gli uomini ad essere violentati e le donne hanno un cuore di ghiaccio.
Quella che vi è dipinta è la vita e la morte, è la giovinezza che guarda stupita al suicidio e alla violenza, è il ribrezzo e il piacere, è l’amore e l’odio. La protagonista della raccolta non è una donna buona. È vera. Non vuole piacere a tutti i costi. Vuole farsi spazio e parlare. Ha un proprio senso della giustizia che è molto forte, ma che è suo personale, a volte inopportuno e spesso fastidioso.
In questa raccolta si tenta di tenere il ritmo stesso dei pensieri –perché i pensieri sono sempre ritmati, basta saperli trascrivere nel modo esatto-, e non si usano parole belle che stiano bene insieme, ma parole giuste per le sensazioni descritte e per le situazioni vissute. Parole precise. Parole che non potrebbero essere altro da se stesse, senza troppi aggettivi o avverbi perché – come dice il saggio - una sola parola rimane impressa, due potrebbero perdersi nel tempo, tre parole sfuggono in fretta, e non le ricorderà più nessuno.