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"La Strega e il C ondottiero" di Giampietro Scalia

Prefazione di Massimo Rondi

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Edizioni Angolo Manzoni s.r.l.

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PREFAZIONE di Massimo Rondi:
Ho avuto la fortuna di conoscere, prima che vedesse la pubblicazione, La Strega e il Condottiero, opera seconda di Gianpietro Scalia, dopo La Piazza Viaggiante dei Sogni e delle Illusioni (passata pressoché sotto silenzio dalla critica eppure tra i segnalati del Premio Primo Romanzo di Cuneo): un libro, edito dalla Edizioni Angolo Manzoni, che racconta di vita e di guerra.

Il tempo è sei secoli prima di Cristo. Il luogo la Mesopotamia: era la Terra tra i Due Fiumi per i Greci e non diversamente per gli scolari di cinquant’anni fa, che conoscevano la storia (però la conoscevano) come una fiaba, in cui Semiramide passeggiava nei giardini pensili di Babilonia. Il popolo degli Assiri era appena più misterioso, ma di certo abitavano anch’essi la Terra tra i Due Fiumi.

Oggi i due fiumi, dicono i satelliti, non esistono quasi più. L’eccessiva salinità e un irrigamento selvaggio hanno prosciugato due dei quattro corsi d’acqua di Eden: Tigri ed Eufrate, Pison e Ghicon si erano già smarriti.

In una Ninive che è la Città Umana, quindi disumana, crudele e avida, come la Babilonia della Bibbia, Gianpietro Scalia mette in scena La Strega e il Condottiero, una fiaba, che non è una favola, e tuttavia ha una morale. “Davanti a una vita di sofferenza io non saprei dire se è meglio una non vita, questo è vero, ma la mia incapacità di giudizio in questo senso, scaturisce dalla paura che avrei a prendere la decisione sbagliata,” confida. Neanche la Strega del suo romanzo saprebbe dire perché ami tanto la vita…


…lei è semplicemente attaccata alla propria vita, più che a ogni altra cosa
, e pensa: “Non posso morire,” quando ancora immagina orribile tanto attaccamento alla vita, e infine compie un sortilegio per il suo Condottiero, e così facendo ne sconvolge l’immensa infelicità. L’improbabile grandezza, che il Condottiero ha cercato, attraversando montagne, innalzando templi, elevando la gloria di regnanti e sacerdoti, diventa allora per lui un granello di vita sperperata; la stessa vita che la Strega amava tanto e che d’improvviso diventa preziosa anche al Generale, armato per la guerra.

“Vita” è una delle parole che ricorrono di più ne La Strega e il Condottiero. E per antinomia anche la guerra, negoziatrice della vita dei popoli, è protagonista in molte maniere.


La guerra è sempre dolore…solo sangue e dolore. Per questo non c’è riscatto nella guerra, perché non c’è riscatto nel dolore.
Forse perciò la guerra è nel contempo la giustificazione dei popoli al dolore? La crudeltà dei mortali non è che l’illusione di sopravvivere alla propria paura di morire. Perché siamo noi la guerra, la guerra la portiamo ovunque con noi, oppure ci segue dappertutto, e dà la caccia anche a chi lavora per la pace e crede, per ciò stesso, di essere in pace.

Ma quando la Strega domanda al Signore dei Sacerdoti cos’è una guerra, egli si limita a risponderle: “È la ribellione degli uomini agli dei” e questa definizione mi rammenta il mormorare che, nel mito mesopotamico di Utanapishtim, provoca il castigo divino del diluvio. Certo è che, di mito in mito, la guerra assomiglia a un’idra dalle mille teste, poiché ogni atto di guerra provoca risposte sempre più crudeli.

Oggi la Terra tra i Due Fiumi ha soprattutto un nome, che ogni giorno si tinge si sangue: Iraq. Si tinge di sangue come il tempio di Assur nella emblematica, idolatrica, Ninive di Scalia.

Uscita dall’Eden l’umanità rapidamente traligna, dal fratricidio alla protervia di una torre che sfida il cielo: Saddam Husseyn aveva fatto proprio questo proposito, forse un altro popolo lo porterà a termine e la conclusione sarà sempre la confusione delle lingue.

Scalia non ha soluzioni, compromessi, lieto fine, solo, in filigrana, una speranza luminosa.