In quest’ultimo periodo dell’anno scolastico si valutano le esperienze degli insegnanti che hanno rivestito il ruolo di “funzione obiettivo”.
Confesso che questa definizione non mi è piaciuta fin dall’inizio (e, ancora, continua a non piacermi): troppo tecnicistica, ermetica, burocratica, come solo può nascere nella mente di qualche funzionario del Palazzo…
Al di là del termine, c’è ora da chiedersi: com’è andata? Come hanno operato tutti coloro che hanno assunto questo incarico? Hanno realmente assolto la funzione per cui erano stati nominati? Hanno concretamente contribuito a perseguire, se non a raggiungere, gli obiettivi che la loro scuola si prefiggeva?
E’ sicuramente impossibile farsi un quadro esatto della situazione: troppe sono le diversità nella gestione interna di ogni scuola, troppe le differenze nella percezione di questo ruolo da parte dei dirigenti e dei colleghi docenti, varie le aspettative e le modalità di lavoro attivate. Oggettivamente difficile trovare strumenti adeguati per la valutazione corretta dei risultati conseguiti.
C’è anche un altro aspetto: l’inevitabile personalizzazione del ruolo. Non esistono le “funzioni obiettivo”, ma esistono i docenti reali, in carne ed ossa, che hanno svolto questo incarico. Risulta impossibile valutare la funzione svolta, senza esprimere valutazioni di merito sulla persona.
Giusto? Sbagliato? Non è questo il problema: ma resta il fatto che le “funzioni obiettivo” sono le uniche figure di operatori, nella scuola, per le quali è richiesta “ufficialmente” una valutazione a fine anno, se non altro a livello di relazione al Collegio dei Docenti, una sorta di “autogiustificazione” per ciò che hanno fatto (o non fatto), un “mettere in mostra” la propria bravura (o i propri limiti) di fronte agli altri.
Tutto ciò non mi sembra ispirato dallo spirito della “collegialità”, ma piuttosto da una mentalità “impiegatizia” ancora molto diffusa nella gerarchia scolastica (soprattutto quando ci sono di mezzo retribuzioni aggiuntive…). Come se il dipendente, anche se selezionato come “funzione obiettivo”, fosse tendenzialmente sempre un incapace e un incompetente da controllare, e non un professionista nella scuola.
Eppure si possono studiare modalità di valutazione della qualità del lavoro che non siano solo di “autovalutazione”: cerchiamole, non soltanto per le “funzioni obiettivo”, ma per tutti (docenti e dirigenti). E’ quanto hanno auspicato, in questi anni, anche i Ministri della Pubblica Istruzione, in previsione di incentivi economici a chi lavora di più e meglio.
Evitiamo, in ogni caso, che la valutazione sia demandata ai soggetti interessati, come se si trattasse di “vendere bene la propria merce” o “la propria immagine”: anche perché…questa non era una competenza richiesta a chi si candidava come “funzione obiettivo”.


Luigi Perillo









