Le parole della pace e della guerra

E' possibile una didattica della pace? Io credo di sì... Purché si tenga conto del significato delle parole.

Parlare di pace è la cosa più semplice di questo mondo: infatti si può fare anche con i bambini della scuola elementare.

Perché è facile insegnare il buonismo, è facile far piangere davanti alle foto dei bambini morti o feriti e davanti alle case distrutte.

Ma ciò non significa insegnare la pace.

La pace –come la guerra - è fatta di situazioni reali, di scelte, di decisioni prese, sia a livello individuale che a livello collettivo, prima che di emozioni.

La pace e la guerra sono atti volontari: dipendono da decisioni coscienti di ciascuno di noi (e di chi governa in nome o per conto nostro).

I mezzi di comunicazione hanno un ruolo e una responsabilità notevoli in questo: nel dare o non dare una notizia, nel modo di darla, nel sostenere pregiudizi che sono diventati luoghi comuni, nel dividere il mondo in buoni e cattivi (e noi siamo sempre tra i buoni, indiscutibilmente).

Lo abbiamo sotto gli occhi in questi giorni: la guerra d’Israele contro il Libano è spesso stata presentata (dalle TV e dalla maggioranza della stampa) come un atto dovuto, inevitabile, giusto. Perché gli Hezbollah sono terroristi per definizione e vanno eliminati dal sud del Libano. Nessuno ha spiegato che i condomini di Beirut non sono nel sud del Libano e che difficilmente sono abitati da terroristi.

Non siamo più abituati a ragionare sul significato delle parole e ci sembra ormai che la parola “guerra” abbia a che fare con la parola “diritto” e con “libertà” e “democrazia”: ci siamo dimenticati che la guerra è terrorismo di stato anche quando le motivazioni che la sostengono sono (o appaiono) politicamente “giuste”. Non c’è e non ci sarà mai un “Asse del Bene”, come falsamente sostennero Bush, Blair e Berlusconi al momento di attaccare l’Iraq nel 2003.

Perciò, se vogliamo davvero insegnare la pace, dobbiamo ricostruire insieme ai nostri alunni un vocabolario corretto.

Un vocabolario in cui le parole non siano manipolate a seconda delle pretese militari o politiche delle parti in causa: “crimine” ha lo stesso significato sia per le bombe dei terroristi integralisti sia per le bombe americane o israeliane; il “terrore” fra i civili è lo stesso per le strade di New York nell’attacco alle Torri Gemelle, come nelle polverose strade del Sud del Libano o nei villaggi iracheni sotto gli attacchi aerei; e ciò vale per tutte le altre parole: “aggressione”, “strage”, “distruzione”, “massacro”, “tortura” e “morte”.

Se, invece, miriamo solo e sempre a fare dei “distinguo” come se ci potessero essere crimini giustificabili in contrapposizione a crimini non giustificabili, allora le parole “pace”, “diritto”, “giustizia”, “rispetto”, “tolleranza” rimarranno solo e sempre dei formalismi buonisti e virtuali.

I “distinguo” si possono e si devono fare a livello politico e diplomatico, mediante gli sforzi della comunità internazionale che intende risolvere i conflitti e ristabilire i dialoghi. Nelle analisi storiche si può definire chi abbia ragione e chi torto: a questo livello è utile e necessario stabilire al meglio possibile le responsabilità oggettive per agire di conseguenza. Solo allora si può essere da una parte o dall’altra.

Ma ciò non si può fare a priori, stabilendo che una parte ha sempre e naturalmente ragione per principio e l’altra sempre torto.

Così si costruiscono soltanto schieramenti e divisioni: in questo i governanti delle nazioni hanno responsabilità massima anche a livello personale; e i mezzi di comunicazione pure. Le recenti guerre in Iraq e in Libano lo dimostrano.

Alcune dichiarazioni “terroristiche” di Bush o di Olmert non sono talvolta meno censurabili di quelle del primo ministro iraniano o di esponenti dell’integralismo islamico.

In altre parole: chiamare “aggressione” la guerra d’Israele contro il Libano non significa assolutamente essere dalla parte degli Hezbollah. Chi si scandalizza delle parole lo fa per mistificazione. Un’aggressione è un’aggressione, in ogni caso.

Una strage automobilistica del sabato sera rimane una strage indipendentemente dalle responsabilità di chi l’ha provocata. Per evitarne altre occorre analizzare come e perché sia avvenuta e prendere i necessari provvedimenti. Ma la strage già avvenuta resta, e i morti pure. E non è un incidente dovuto a congiunzioni astrali sfavorevoli.

A scuola, soprattutto con i bambini più piccoli, è proprio necessario ristabilire il significato delle parole, prima ancora di poter analizzare insieme a loro i fatti storici e le questioni internazionali.

I fatti e gli atti contro la pace sono spiegabili con parole specifiche che anche i bambini intuiscono e possono capire: lanciare un razzo o una bomba per distruggere e uccidere è sicuramente un atto contro la pace, indipendentemente dalle motivazioni che possa addurre chi li lancia.

Se invece stabilisco a priori chi abbia ragione di lanciarli, allora ragiono pregiudizialmente e giustifico la guerra.

Questo ragionamento è fin troppo semplice, purtroppo, per poter essere compreso dai cervelli ingarbugliati di molti di coloro che si trovano a governare le nazioni del nostro piccolo pianeta.

Perché, in fondo, la pace è semplice, da capire e da fare. Questo è il nostro vero problema, sia sociale che educativo.

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