SPECIALE: "PESCA PESCE SPADA 4"

La pesca con l'arpione del pesce spada - Il lanciatore - La pesca - Il pesce spada - La combattività - Fino agli anni '60 - La fase che precedeva la cattura - Finché furono adoperati i "luntri" e le "feluche" - Conosciamo tutti gli "attori" di questa grande pesca - Domenico Modugno descrisse benissimo e con commozione la storia di due pesce spada innamorati (brano: "Lu Pisci Spada")

La combattività: La combattività di questo pesce è documentata fin dall’antichità da notizie di attacchi alle imbarcazioni, a volte con il ferimento dei marinai. Il 6 luglio 1967 un esemplare di 89 kg. attaccò il sommergibile oceanografico “Alvin” che si trovava immerso a 610 m. di profondità al largo di Savannah nell’Atlantico, restando incastrato con la spada in una giuntura dello scafo; gli operatori di una nave-fattoria russa hanno trovato, infisso nelle carni di una balena, un troncone di spada lungo 70 cm.
Nello Stretto di Messina nel corso delle sue migrazioni primaverili percorre il tratto di mare tra Scilla, Bagnara e Palmi in Calabria, per la riproduzione, poi all’inizio dell’estate inverte la rotta costeggiando lo stretto dal lato della Sicilia.
La sua pesca è una tra le più antiche che si conoscano: viene descritta da Omero nel canto XII dell’Odissea (vv.98-98), menzionata da Strabone e descritta dettagliatamente da Polibio; ne parla anche il Barrio.
Verso la fine del 1660 il gesuita napoletano Nicolò Giannattasio, ospite del principe Francesco Maria Ruffo, ebbe modo di assistere dall’alto del castello di Scilla a questa pesca, cantata in seguito in esametri latini nella sua opera Halieutica; l’argomento venne trattato successivamente nello stesso stile, apprezzabilmente, dallo scillese Diego Vitrioli nel suo poema Xiphia.

Fino agli anni ‘60: Fino agli anni ‘60 del XX secolo questa pesca veniva praticata come descritta da Polibio e quindi con le stesse modalità dell’epoca greca, ed ancora oggi molti termini dialettali usati dai pescatori non sono altro che inequivocabili corruzioni dei corrispondenti termini greci.
In questo tipo di pesca ormai non più praticata le barche dette “luntri” o “schifi” erano manovrate da cinque robusti rematori, che facevano procedere la barca con la poppa, sopra la quale stava il lanciatore - ‘u lanzaturi; due dei quattro lunghissimi remi, quelli più verso poppa, poggiavano su scalmi ricurvi sporgenti circa un metro dai bordi della barca per meglio equilibrarne il movimento ed imprimerle una maggiore velocità.
Il rematore centrale, detto “mezziere”, a differenza degli altri impugnava i due remi insieme; il “falerotu”, o “ntinneri”, dalla cima del piccolo albero posto al centro della barca, dirigeva le operazioni di avvicinamento alla preda seguendo le indicazioni che la vedetta, appostata su un’altura in riva al mare (”guardiola”) o sulla antenna della feluca (”ntinneri”) - gli trasmetteva a voce agitando una bandierina bianca.
Ritto in piedi stava ‘u lanzaturi con la lancia in mano, che generalmente era il capociurma, “u patruni”, a cui tutto l’equipaggio doveva cieca ubbidienza, dato che su di lui incombeva la responsabilità del felice esito del lancio, effettuato anche a distanza di sette, otto metri dalla preda.

La fase che precedeva la cattura: Questa fase era caratterizzata dal continuo vociare della vedetta e poi del “falerotu” che, oltre a dare le necessarie indicazioni sulla rotta, incitava i compagni alla voga.
La lancia d’elce, e non di quercia o di abete come ai tempi i Polibio, era incastrata con una estremità al corpo dell’arpione; a circa dieci o quindici centimetri dalla punta di questo erano - ed il sistema di costruzione viene adottato ancora oggi - collocate quattro alette, che una volta penetrate nel corpo del pesce impedivano all’arpione di sfilarsi.
Appena arpionato il pesce, l’uomo del faliere scendeva dall’albero del “luntro” e correva ad aiutare il lanciatore a manovrare la sagola a cui era ormai attaccato il pesce spada (o tonno, o anche squalo o aguglia imperiale).
La pesca con l’arpione oggi è quasi soppiantato da quella con i “palangresi”, lunghe lenze con centinaia di ami che operano in tutte le stagioni e catturano anche gli “spadelli” (”puddicinedda”), i piccoli pesci spada di pochi chilogrammi.

Finché furono adoperati i “luntri” e le “feluche” fu vera caccia, Domenico Modugno descrive la tragedia di due pesce spada, “lu masculu e la fimminedda” incappati nella pesca con l’arpione (Clicca sulla foto per il suo sito ufficiale); poi con le “passerelle” divenne pesca, mentre con i “palangresi” oggi è un’industria; poi vennero anche le “spadare”, enormi reti galleggianti che hanno ucciso tutto quanto capitava vicino, pesci spada grandi e piccoli, tonni, delfini, balenotteri…. Domani potrebbe non esserci più né caccia, né pesca, né industria.

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