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Belice: La catastrofe infinita! "Scossi per Sempre" - pag. 3 -

Un paese senza fogne né luce, un altro dove non ci sono strade, ma solo baraccati a vita - Poi 600 fabbricati d'amianto da smaltire, 70 ettari di terreno da bonificare, 1.000 case da costruire - Viaggio nei paesi del Belice colpiti dal sisma nel 1968 - Dove, dopo 36 anni, il terremoto non è ancora finito

Eppure, non c’è niente da fare: da tre anni finanziamenti per il Belice non ne vengono più stanziati. Calogero Impastato, sindaco del paese, non si dà pace: «Non ci vogliono più dare soldi? Bene, me lo dicano. Così io vado dai miei concittadini e glielo spiego: poi saliamo su un pullman e andiamo tutti in gita a Roma».
Meglio però chiarire subito: non è che nel Belice denaro non ne sia arrivato. Gli ultimi dati parlano di 1,5 miliardi di euro: non esattamente bruscolini. Però non sono bastati. Restano mezza Montevago da urbanizzare, 600 prefabbricati d’amianto da smaltire, 70 ettari di terreno da bonificare, 1.000 prime case da tirare su. E soprattutto 400 persone che vivono ancora nelle baracche.
L’ultima speranza sono due emendamenti alla Finanziaria. Li ha presentati Paolo Lucchese, parlamentare siciliano dell’Udc. Vengono discussi in questi giorni. Prevedono 78 milioni di euro per completare le opere pubbliche e altri 360 milioni per quelle private. «L’unico modo per chiudere definitivamente questa pagina vergognosa della storia italiana» sostiene Vito Bonanno, primo cittadino di Gibellina, diventata dopo la ricostruzione la capitale isolana dell’arte contemporanea. «Con noi lo Stato ha sperimentato. Il terremoto del 1968 è stata la prima tragedia della storia repubblicana. Nessuno era preparato. Inizialmente non è arrivata una lira: otto anni! Per costruire la prima casa otto anni ci hanno messo».
A valutazioni simili è arrivata la commissione d’inchiesta sul Belice nel 1996: «Le popolazioni sono state vittima di insipienza e malgoverno». Considerando poi che la Sicilia «ha ricevuto somme complessive inferiori a un terzo del totale destinato al Friuli» la conclusione è perentoria: «L’intero Paese ha un debito morale che deve essere colmato al più presto».
C’è stato dell’altro, però: gli sprechi e i paradossi. I baraccati di Menfi e le piazze di dimensioni sovietiche, costate spropositi e sempre deserte. Le distese di amianto a Santa Margherita e le decine di miliardi di lire buttati via per l’«asse del Belice», statale che avrebbe dovuto collegare la zona e che invece, dopo appena 7 chilometri, sfocia nel nulla. Poggioreale, minuscolo paesino di 1.500 abitanti, dove hanno costruito tante case che ora, ammette il sindaco, Pietro Vella, «ci potrebbero vivere almeno 6 mila persone»; e Camporeale, dove decine di famiglie, mentre aspettano un tetto da più di trent’anni, hanno restaurato (con i loro soldi) le vecchie case inagibili e pericolanti e a ogni sussulto si fanno il segno della croce.
A Santa Margherita pregano invece perché la storia dell’amianto che uccide sia solo un’esagerazione. Altrimenti loro sarebbero spacciati. Un cartello «Amianto cemento Eternit, prodotti di qualità» accoglie i visitatori all’entrata della città. Benvenuti nel paradiso delle fibre killer. Qui restano 240 baracche da far sparire e 35 ettari di terreno da bonificare. Cannitello, dove c’era la baraccopoli, è una discarica di amianto a cielo aperto. Tetti sbriciolati e parti di prefabbricato sono disseminati ovunque. A molti terremotati la casa è stata ricostruita qui.