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Belice: La catastrofe infinita! "Scossi per Sempre" - pag. 2 -

Un paese senza fogne né luce, un altro dove non ci sono strade, ma solo baraccati a vita - Poi 600 fabbricati d'amianto da smaltire, 70 ettari di terreno da bonificare, 1.000 case da costruire - Viaggio nei paesi del Belice colpiti dal sisma nel 1968 - Dove, dopo 36 anni, il terremoto non è ancora finito

Quando un nuvolone grigio inghiotte l’ultimo bagliore, a Montevago sono le 5 di pomeriggio. Adesso è buio pesto. Solo qualche faretto lampeggia a intermittenza. In questo paesino siciliano di 4 mila abitanti i lampioni non esistono più da 36 anni. Anche le strade, i marciapiedi e le fognature sono scomparsi 36 anni fa. Tutto sbriciolato dal terremoto che la notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968 spazzò via la Valle del Belice. Erano le 3 meno un quarto. Montevago sparì. La città venne ricostruita a qualche chilometro dalle macerie.
Le cose però non sono andate come dovuto. Ancora oggi 1.200 persone vivono in mezzo a resti di baracche dismesse, a caterve di materiale elettrico abbandonate, a montagne di terra.
Non c’è un albero, né un’aiuola. Niente di niente. Hanno costruito solo scialbe palazzine color crema e salmone di due e tre piani. Poi le ruspe si sono fermate: i soldi per tutto il resto non sono mai arrivati.

Nella Montevago che sembra Kabul la gente si arrabatta. La famiglia Scarpinata, per esempio, il problema fognario l’ha risolto così: “Ci siamo collegati ai vecchi scarichi delle baracche» dice la signora Calogera. «Abbiamo avuto fortuna a trovare un tratto libero. Altrimenti uno deve scavare il pozzo nero”.
Per l’elettricità gli abitanti hanno trovato una soluzione comune: “Usiamo ancora la luce di cantiere. Quella che illuminava le baraccopoli, ma è scarsa: se accendo la lavastoviglie, devo spegnere tutto. E se si stacca la corrente mi devo fare mezzo chilometro a piedi per riattaccarla”.
Ci vogliono infatti una decina di minuti per arrivare al totem del degrado: un palo di legno da cui ciondolano decine di contatori sgangherati e fili di rame. Parte da qui una ragnatela di cavi aerei che si intrecciano per poi infilarsi nelle case.
Calogero Mangiaracina, infermiere all’ospedale di Sciacca, si guarda intorno. Gli sale il sangue alla testa: “Non si capisce se viviamo in paese o in campagna. Paghiamo le tasse come i cittadini di Milano ma non abbiamo mai avuto il piacere di avere una strada o l’illuminazione“. Gli si ingrossano le vene del collo: “I miei figli devono stare sempre chiusi a casa!” urla. “Ci sono ancora chiodi e amianto, chissà lo schifo che c’è là sotto. Al Nord ci chiamano terroni? E hanno ragione: perché come le bestie viviamo”.