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Gesualdo Bufalino: Autoritratto

In una pagina o cinque che cosa si può offrire di sé? - Uno scrittore abbastanza sgradevole Henry de Montherlant scrisse una volta che pubblicare è come parlare a tavola in presenza della servitù - Un'opera può solo dirsi veramente viva se, e finché è inedita mobile trasmutabile ad libitum come la vita. La pubblicazione è viceversa una specie di funerale -&#nbsp; (La fonte delle foto di Gesualdo Bufalino è il sito ufficiale del comune di Comiso ove è allocato il sito della fondazione Bufalino)

Gesualdo BufalinoRaccontarsi in pubblico, soprattutto da vecchi, non può essere indolore, rischia di tramutarsi in un processo a più voci, con l’irnputato-penitente nella triplice e contemporanea veste di avvocato dell’angelo, avvocato del diavolo, giudice. D’altronde in una pagina o cinque che cosa si può offrire di sé? Quel che càpita càpita, come in uno scandaglio alla cieca, quello che i geologi chiamano “la carota del minatore”. Aggiungo che io stesso di me non ho mai cercato, per prudenza, di esplorare altro che il litorale. “Ultra sunt leones”, come stava scritto sulle carte antiche dell’Africa, sotto la costa della Marmarica. Testimonio lacunoso e pavido, dunque. Da ascoltare con diffidenza. Poiché ho pubblicato all’età quando gli altri smettono, devo probabilmente delle spiegazioni. Eccone due o tre di cui sono persuaso a metà. Uno scrittore abbastanza sgradevole, Henry de Montherlant, scrisse una volta che pubblicare è come parlare a tavola in presenza della servitù. La mia riluttanza alla stampa non nasce davvero da un simile disprezzo del prossimo, bensì da una discrezione nativa, dal gusto di starmene al sicuro in una tana a guardare. Inoltre ho visto troppe volte spegnersi in lontananza i tamburi della gloria per credere facilmente agli scampanii del successo. E infine: per me un’opera può solo dirsi veramente viva se, e finché è, inedita, mobile, trasmutabile ad libitum come la vita. La pubblicazione è viceversa una specie di funerale, la consegna a una lapide. Ora che ci son cascato anch’ío, vedo con pena le mie carte rassegnarsi al gelo del definitivo e proibirsi per sempre la vacanza d’una variante. Questo sentimento (che dopo tutto è una forma di dissimulazione onesta, e che rimane tuttora radicato in me, sebbene l’abbia abbondantemente tradito) dipende, a guardar bene, dalla natura della mia opera. Questa mi pare che sia così grondante e infetta, e ricca di vizi voluti, da non poter pretendere più d’un solo lettore disposto alla connivenza, vale a dire l’autore stessoGesualdo Bufalino. Il quale, ora che non può più come prima visitare ogni giorno i suoi quaderni per cambiare una parola, come si cambiano i fiori in un vaso, non sa sottrarsi al rimorso di chi abbandona all’aperto crisalidi che non sopporteranno la luce. Detto questo, ora che ho pubblicato, e la rinomanza, non so quanto volatile e precaria, è venuta, non posso nascondere d’averne ricavato qualche gratificazione insperata: la lode di scrittori che amavo, il recupero di voci care e lontane che ritenevo perdute, l’amicizia di dieci o ventiquattro sconosciuti che m’hanno scritto. E tuttavia per uno che vive nella marca più estrema d’Italia, a un parallelo ch’è più o meno quello di Tunisi, ed è intenzionato a restarci, il passaggio dal fodero del suo loggione alle luci d’una ribalta anche mediocre comporta obblighi a cui abituarsi è difficile. Fra essi, questo, odierno, di espormi in persona prima e fornire di me gl’irrilevanti ragguagli che seguono.