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Gesualdo Bufalino: Autoritratto - 1

Sono nato a Comiso in Sicilia nel 1920 - Primo profondo sentimento della mia infanzia fu infatti il terrore e lo sconcerto d'esistere - Tutto quanto mi circonda non cessa d'apparire intollerabilmente immotivato, come in una partita truccata, giocata con dadi incomprensibili - Quel mandorlo che fiorisce ogni febbraio a una curva di Monteraci e mi persuade quietamente a vivere... - Circa la mia carriera dirò che ho esordito col romanzo "Diceria dell'untore" (Le foto negli interventi appartengono al volume fotografico da Lui curato: "Comiso ieri" edito da Sellerio)

Sono nato a Comiso, in Sicilia, nel 1920; ho studiato a Catania; sottotenente nel Friuli, fui catturato dai tedeschi nel ‘43, ma scappai e rimasi allo sbando nelle campagne di Sacile, finché potei raggiungere certi amici in Emilia. Qui, dopo vicissitudini varie per sfuggire agli editti tedeschi, m’ammalai e rimasi, trasferendomi dopo la liberazione a Palermo, in un sanatorio della Conca d’Oro. Guarito, sono tornato, per non partirne più, a Comiso, dove ho insegnato a lungo fino alla pensione, anni fa. Questa la pelle della mia esistenza; ma aggiungo alla rinfusa qualche minima anagrafe intellettuale: precocemente appassionato della scrittura, l’esercizio dell’alfabeto mi apparve sin dal principio come una pratica magica, forse abusiva, l’unica però di cui mi potessi fidare in un universo donde mi venivano tante ragioni di terrore. Primo profondo sentimento della mia infanzia fu infatti il terrore e lo sconcerto d’esistere; tuttora, al mio cervello adulto, tutto quanto mi circonda non cessa d’apparire intollerabilmente immotivato, come in una partita truccata, giocata con dadi incomprensibili, il cui numero e senso si modifica ogni momento. In quanto alla storia e ai suoi sudori di Sisifo, preferisco guardarli seduto… Resiste un po’ la parola: l’inganno, la misericordia, la medicina della parola. Sicuramente un placebo, ma bastevole (bastò a taluna per mille e una notte) a prorogare l’esecuzione. E infine ci sono Mozart e Paul Klee, Bix Beiderbecke e Buster Keaton; e quel mandorlo che fiorisce ogni febbraio a una curva di Monteraci e mi persuade quietamente a vivere… Circa la mia carriera, dirò che ho esordito presso l’editore Sellerio (col quale avevo tuttavia pubblicato in precedenza un volume di vecchie fotografie ottocentesche) col romanzo Diceria dell’untore, il cui primitivo progetto risaliva a trent’anni prima, subito dopo l’esperienza della malattia. Un progetto presto abortito, tanto mi pareva dissonasse dai modelli narrativi allora correnti la scrittura funeraria e sontuosa che m’era propria. Molto più tardi, quando presunsi di riuscire a sposare le frodi della parola con la verità della pena, la retorica con la pietà, ripresi a scrivere e compii l’opera, salvo a tornarci sopra ininterrottamente fino alla pubblicazione. Alle spalle del libro, accanto ai casi privati, non avevan mancato di agire stimoli più esterni e fortuiti: il ricordo, per esempio, di certi versi d’un arabo, Ibn Zafar: “L’ardore della tua collera tempesti i loro eserciti e i loro eroi diventino letame negli orti della Conca d’Oro…” Mi piacque in essi la mescolanza di un’immagine di sfacelo con un’immagine di fulgore, e me li ripetevo spesso ad emblema della mia sorte di moribondo. Ancora, m’assediava gli occhi il Trionfo della morte ora a Palazzo Abatellis, a Palermo, rimasto salvo miracolosamente sotto le bombe del ‘44. Ma soprattutto provavo il bisogno di liberarmi di un turgore espressivo: c’era in me un grumo di parole che mi premeva dentro e che coagulai attorno a giornate di corruzione e di estate, e sotto il segno, metaforico e reale, del contagio. Sentivo infine dolermi ancora la scoperta recente del sentimento di morte, sverginamento lacerante, ma anche acquisto arcano e privilegio geloso.