Questo sito contribuisce alla audience di

Gesualdo Bufalino: Autoritratto - 2

Confesso che il primo capitolo che scrissi (non è il primo nell'ordine canonico e non conta dire qual è) nacque come un gioco serio - A questo capitolo, per così dire prefabbricato, si sovrapposero gli altri - Sappia chi non l'ha letto che vi si racconta la convivenza di alcuni reduci di guerra in un sanatorio della Conca d'Oro, nel '46 - Fra il protagonista e una paziente dagli ambigui trascorsi nasce un amore un puerile e condannato amore&#nbsp; più di parole che di atti il cui sbocco è una fuga a due senza speranza e subito dopo, la morte di lei in un alberghetto sul mare.

Esorcizzare tale esperienza, annegandola in un’aria di fantasie che la disarmasse, e sfogare contemporaneamente quella pienezza di parole che dicevo sopra: questa la doppia spinta che mi costrinse ad esprimermi. Confesso che il primo capitolo che scrissi (non è il primo nell’ordine canonico e non conta dire qual è) nacque come un gioco serio, la scommessa di intrecciare fra loro un certo numero di parole, remote per significato, ma vicine per timbro, odore e colore, in modo che se ne generasse un discorso plausibile, dove quel timbro, odore e colore facesse da sordina inavvertibile e amica. Subito comunque a questo capitolo, per così dire prefabbricato, si sovrapposero gli altri, e allora non si trattò più di intrecciare ikebana di suoni o di interrogare e blandire le zone erogene dell’unico ascoltatore previsto, ma insorse il bisogno e la passione di assumere entro le originarie ragioni formali una materia di supplichevole strazio, e di dar corpo, come durava nella memoria, a quel luglio della Conca d’Oro, a quel cielo di afe mortali e di cavallette faraoniche. Poiché partivo da una vecchia presunzione romantica, del poeta come escrescenza sublime (tache de beauté o cellula cancerogena: in ogni caso un neo), il pericolo era di abbandonarmi alla dismisura lirica di comporre un mé1o iperteso e verboso. Non so quanto mi siano valse a scansarlo talune ironie seminascoste, più un uso della maniera e del falsetto ch’era forse inevitabile in un soggetto tanto teatrale. Del resto il registro alto, lo scialo degli aggettivi, l’oltranza dei colori, mi pareva e mi pare il modo che resta per contrastare l’ossificazione del mondo in oggetti senza qualità, e per restituire ai nostri occhi ormai miopi il sangue forte delle presenze e dei sentimenti. Non per nulla, fra le intenzioni iniziali, una fu di scrivere, più che un romanzo, un poemetto narrativo, nel senso che l’evasione lirica e l’abbandono fantastico prevalessero sul vero e proprio ingranaggio d’azioni. Erano previste poesie all’inizio d’ogni capitolo e razòs esplicative, come in una Vita Nova turgída e mortuaria. Poi l’opera assunse e sopportò anagrafi più complicate: di romanzo pedagogico, di bildungsroman (con un prim’attore apprendista di morte, itinerante fra incontri, presagi, lacrime, di melotragica passione, malintenzionate fornicazioni con Dio … ), di lamentela funebre, di requiem, di miserere, di cruciverba sofistico; di allegoria… Dell’argomento del libro, sappia, chi non l’ha letto, che vi si racconta la convivenza di alcuni reduci di guerra in un sanatorio della Conca d’Oro, nel ‘46. Fra il protagonista e una paziente dagli ambigui trascorsi nasce un amore, un puerile e condannato amore, più di parole che di atti, il cui sbocco è una fuga a due senza speranza, e, subito dopo, la morte di lei in un alberghetto sul mare. Egli guarisce invece, inaspettatamente, e rientrando nella vita di tutti, vi porta una educazione alla catastrofe di cui non saprà probabilmente servirsi, ma insieme la ricchezza d’un noviziato indimenticabile nel reame delle ombre.