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Gesualdo Bufalino: Autoritratto - 3

Benché la vocazione alla scrittura in me sia stata assai precoce, fino a or ora non avevo pubblicato una riga. Perché? Me lo sono chiesto io per primo senza riuscire a trovare una spiegazione che non fosse balbuziente o capziosa - Una vita come tante due tre malattie intere due tre mezzi amici un umor malinconico con vampate d'ilarità un cristianesimo ateo e tremante inetto a capire se l'universo sia salute o metastasi grazia o disgrazia un odio della storia - Il libro per la solita isola? Un vocabolario.

Un’esile trama, come si vede. E a bella posta, direi, visto che molti snodi romanzeschi rimangono irrisolti, negligentemente proposti, ma subito censurati o scordati (i rapporti del medico con la moglie; del protagonista con una defunta e misteriosa Sesta; l’infanzia forse incestuosa della ragazza; il suo segreto di ex kapò … ). Ciò rientra nell’uso o forse abuso di una tecnica fortemente ellittica e contratta (a smentita dell’apparente esuberanza stilistica), la quale aspira a stipare nel minimo spazio verbale (come nella convenzione bridgistica del “fiori napoletano”) quanti messaggi più può, per consentire al lettore lo sforzo e il piacere di estrarmeli da sé. Un eccesso di confidenza, forse, e quasi un’arroganza, se non sperassi tanto nell’energia espressiva ed esplosiva della parola. Nomina sunt consequentia rerum? E vero il contrario, forse, se è vero che la luce fu prima pronunziata e poi nacque. Così è altrettanto possibile che le cose della terra siano solo sogni e invenzioni, e le parole battesimi ed epitaffi di sogni. Ho sessant’anni. Benché la vocazione alla scrittura in me sia stata assai precoce, fino a or ora non avevo pubblicato una riga. Perché? Me lo sono chiesto io per primo, senza riuscire a trovare una spiegazione che non fosse balbuziente o capziosa. Scegliete voi: incontentabilità, gusto dell’opus infinitum da correggere fino alla morte (io adoro le varianti); claustrofilia, spavento di uscire dal guscio protetto dell’incognito, dalle «materne mucose delle lenzuola”; piacere dello spionaggio, del voyeurismo intellettuale; esitazione pirandelliana a scheggiarsi, come si scheggia uno specchio, nelle mille coscienze dei possibili lettori, smarrendovi la propria superbetta e solitaria identità; pigrizia, riluttanza allo sforzo inutile, imparata sfogliando i cataloghi d’antiquariato librario, autentici ossari di ogni heroico furore e veglia di poeta in soffitta… Come che sia, ora che, dopo aver esordito ipocritamente da traduttore, mi son lasciato convincere dalla implacabile e adorabile Elvira Sellerio a pubblicare un romanzo; ora che, sbalzato dal mio “buco nero” alle luci della Galassia Gutenberg, mi son visto sconvolgere l’esistenza e i pensieri, ora son portato a concludere, che, sì, forse ho sbagliato a non aver cominciato vent’anni o trent’anni or sono, ma che certamente ho sbagliato a non aspettare ancora un poco, lasciando le mie carte a sbrigarsela postume con la filologia di non so chi, o più probabilmente a morire incenerite con pace di tutti e mia. Avrei evitato, con altre, la pena di dovermi riassumere in poche battute. Queste, per esempio: Una vita come tante, due tre malattie intere, due tre mezzi amici, un umor malinconico con vampate d’ilarità; un cristianesimo ateo e tremante, inetto a capire se l’universo sia salute o metastasi, grazia o disgrazia; un odio della storia: lastrico di fossili ideologici, collana inerte di errori; un trasporto per ciò che dura e resiste - luoghi, solidali gerghi, abitudini oneste, strette di rnano - nel fondo della mia provincia sperduta. In letteratura un amor di menzogna e di musica, purché radicate nel punto favoloso e geometrico del dolore e della memoria. Cose che ho amato o amo: il blues, Verdi e Mozart, il cinema muto, le stampe (belle o brutte) del Seicento, Proust e Leopardi, gli epistolari, una canzone francese che so io, i problemi di scacchi… Dimenticavo «Le clair de lune quand le clocher sonnait douze”, nelle notti d’oscuramento, quarant’anni fa. - P.S. Il libro per la solita isola? Un vocabolario.