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Gesualdo Bufalino: Autoritratto - 4

Allora dirò all'improvviso che l'affetto più urgente nella mia vita, e dunque nella mia opera, mi pare il sentimento della teatralità e dell'inverosimiglianza del vivere, e una conseguente curiosa presunzione d'inesistenza (che naturalmente dissimulo, stando al gioco, fingendo di esistere, scrivendo, rispondendo al telefono e ai questionari dell' "Almanacco della Cometa" ... ) - Da ciò l'ironia di fronte alla parata di demenze che chiamano storia e i parossismi i falsetti le lacrime e il bisogno di mischiare retorica con pietà.

Da quando soffrii nell’infanzia una difterite, mi trovo a essere, modicamente, strabico. Una disuguaglianza che, anche negli anni di gioventù, in cui avrei dovuto maggiormente soffrirne, ho sopportato di buon animo, parendomi anzi che ne divenissero più scusabili gl’insuccessi e più gloriosi i trofei nelle guerre d’amore ingaggiate contro rivali di più grazioso vedere. Meglio ancora più tardi, allorché l’abitudine di mirare le cose con un occhio solo, lasciando l’altro svagarsi verso un misterioso punto di fuga, mi si configurò quale nutriente metafora del mio commercio con le scene e le figure del mondo. Così oggi, di fronte a una richiesta che chiama in causa la mia vista, la mia faccia e il mio specchio, la tentazione sarebbe di chiedere aiuto più all’occhio che fugge che non all’occhio che fissa, più agli sgarri e agli angoli morti che non alla dimensione di ragionevole luce dove ciascuno di noi s’illude di esistere. Senonché guardarsi a quel modo è piacere troppo geloso perché io consenta di dividerlo con chicchessia. E inoltre niente garantisce che l’ottica trasversale sia meno ingannevole della diretta. E infine, nell’occasione, si pretendono da me notizie più immediate e plausibili: il senso del mio lavoro, il giudizio che ne do, le linee di forza e di debolezza che vi scorgo, che altri o non vede o travisa… Allora dirò all’improvviso che l’affetto più urgente nella mia vita, e dunque nella mia opera, mi pare il sentimento della teatralità e dell’inverosimiglianza del vivere, e una conseguente curiosa presunzione d’inesistenza (che naturalmente dissimulo, stando al gioco, fingendo di esistere, scrivendo, rispondendo al telefono e ai questionari dell’ “Almanacco della Cometa” … ). Da ciò un bisogno di ancoraggi e di tane, che possono essere volta a volta il paese, i ricordi, la scrittura. Da ciò l’ironia di fronte alla parata di demenze che chiamano storia; e i parossismi, i falsetti, le lacrime; e il bisogno di mischiare retorica con pietà: sicché non vi sia, nel mio deserto, voce di clamante che non si faccia voce di declamante. Non senza malizia, se è vero che nella tecnica scrittoria, mentre da un lato rilutto agli usi più corrivi della parola, in ossequio a un’istintiva decenza e a un programmatico “inattualismo”, dall’altro mi ispiro alle più consumate abilità d’arte varia: il piano sequenza del cinema, il “non finito” della scultura, l’economia di messaggi nella licitazione del bridge, la punizione a foglia morta dei calcio, l’effetto retard di certe pasticche sonnifere… Penso a volte che alle origini di una simile sindrome sia la mia privata biografia di sopravvissuto; e che da lì mi venga altresì l’affezione ai temi della malattia, della morte e della memoria. Così nel mio primo libro, Diceria dell’untore, la malattia figurava come una vergogna e, insieme, strumento di conoscenza; emblema di degradazione e d’orgoglio; stigma e stemma legati in indissolubile nodo. Non altrimenti la morte appariva una seconda e più difficile pubertà… Del successivo Argo il cieco (dove il titolo alludeva ai cento occhi della memoria e alle sue impotenze di lince bendata), l’azione si svolgeva come botta e risposta fra gli alleluia della giovinezza e i Mea culpa della vecchiaia, attraverso capitoli alterni che davano la parola ora all’anziano scrittore, ora al suo giovane doppio, in un perpetuo desolato scambio di disincanti e illusioni. Nei racconti de L’uomo invaso ho cercato altre vie, sebbene adiacenti, alternando fiabe storiche a parabole morali, languori fantastici a ironiche disperazioni di felicità. Sempre col sottinteso di un cristianesimo problematico, che cerca senza trovarlo un antagonista, allo stesso modo di uno spadaccino che prenda a sciabolate la tenebra… Uno scrittore di complemento, insomma; intempestivo; più privato che pubblico. Che scrive per persuadersi alla vita; per medicarsi, fosse pure con un placebo; per introdurre una surrettizia passione in quel delitto senza passione” (i films degli anni Trenta gli stanno sempre nell’anima) che è la sua e la vita di tutti. Che ha esordito tardissimo e fra mille ritrosie e, pur essendo trascorso ormai dall’omertà alla logorrea, conserva sempre una diffidenza, quasi un’inimicizia, nei confronti del lettore. Forse per il rimorso di sentirsi tutt’altro che un portavoce di lui, ma un testimonio solamente di sé. Equivoco, come tutti i pentiti; e anche stavolta probabilmente bugiardo.

da: “Saldi d’autunno - Autoritratti”