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Commento di Francesco Paolo Catania

Il Banco di Sicilia nella bufera informatica - Prima il controllo interno, poi l'informatica, ormai è chiaro: i "patti parasociali" per mantenere autonomia operativa al Banco sono carta straccia con cui i nostri politici si sono venduti una delle istituzioni più importanti dei Siciliani.

Palermo, 2 Dicembre 2005


L’Altra Sicilia denuncia la situazione di caos determinata dalla procedura di accentramento del sistema informativo in capo a “Capitalia” nelle procedure ordinarie del Banco di Sicilia. Ormai siamo al di là della soglia dello scandalo. Prima il controllo interno, poi l’informatica, ormai è chiaro: i “patti parasociali” per mantenere autonomia operativa al Banco sono carta straccia con cui i nostri politici si sono venduti una delle istituzioni più importanti dei Siciliani.

E per di più questo passa per un disservizio disumano che mortifica l’azienda e fa pagare un disagio insensato a migliaia di clienti e di dipendenti del Banco.

Ma dove sono i Sicilianisti di ieri e di oggi? Ma dove sono quei fanfaroni che ogni giorno si sciacquano la bocca con la parola “autonomia” senza nemmeno sapere che significa?

Ma dove sono il Governo e il Parlamento della Regione teoricamente competenti in materia di credito?

Ma chi sta a fianco dei lavoratori che vogliono difendere un’azienda che NON E’, NON PUO’ ESSERE di chi ne detiene il capitale solo perché così è stato deciso da una banca centrale fra le più squalificate del mondo, ma che è DEI SICILIANI!

Rifacciamo in breve la storia.

La Sicilia aveva un tempo due banchi pubblici, dipendenti dai due comuni allora più ricchi dell’isola: le “Tavole” di Palermo e di Messina.

Queste aziende furono assorbite dal centralismo napoletano che le fece confluire nell’unico “Banco delle Due Sicilie” all’indomani del Congresso di Vienna quando fu illegittimamente cancellata dalla storia la Sicilia e tutte le sue istituzioni.

I Siciliani nel 1848 si ribellarono, ottenero con il loro sangue l’indipendenza e si riappropriarono delle loro banche, ora costituite in “Banco di Sicilia”. Quando un anno dopo i Napoletani tornarono in Sicilia lasciarono un po’ d’autonomia ai Siciliani, tra cui quella di mantenere il loro banco pubblico, ora ridenominato “Banco dei Regi Dominii al di là del Faro”.

Dopo l’invasione di Garibaldi nessuno osò toccare l’indipendenza del ricco Banco di Sicilia (solo il governo dittatoriale di Garibaldi ne saccheggiò le riserve, ma questa è altra storia). Il Banco di Sicilia, di nuovo chiamato così, non solo continuò ad esistere come la principale banca commerciale in Sicilia ma esercitava funzioni di banca centrale, cioè di istituto di emissione limitatamente al territorio della Sicilia con riconoscimento formale dal 1867). In altre parole il Banco stampava banconote, “lire siciliane”, equivalenti alle corrispondenti del “Banco di Napoli” e delle altre banche centrali dell’Italia poi confluite nell’odierna Banca d’Italia.

Le sue riserve valutarie, derivanti dal surplus dell’economia siciliana, erano proverbiali. Con la buona volontà dei suoi dirigenti, soprattutto del martire Emanuele Notarbartolo, divenne nel tempo una banca di rilevanza prima nazionale e poi mondiale, l’unica multinazionale siciliana.

Nel 1926 le funzioni di emissione furono centralizzata alla Banca d’Italia e le riserve valutarie ed auree siciliane furono confiscate, cioè derubate, e trasportate a Roma.

Nel 1946, a titolo riparatorio, si previde nello Statuto appena conquistato che il Banco di Sicilia potesse in parte ricoprire il vecchio ruolo valutario attraverso una “camera di compensazione” che non è mai stata istituita.

Negli anni ‘90 venne “privatizzato” non curanti del fatto che la sua previsione nello Statuto gli attribuiva una rilevanza costituzionale che non lo avrebbe consentito.

Nel 2000, infine, l’atto finale del lungo processo di smantellamento dell’autonomia creditizia siciliana: per salvare la decotta Cassa di Risparmio (decotta per la voluta mancata vigilanza della Banca d’Italia e della solita Regione, per non dir altro), la Banca di Roma compra il Banco che è costretto ad accollarsi la Cassa di Risparmio con l’obiettivo sostanziale di smantellarla.

La cronaca successiva, la riorganizzazione di Banca Roma in Capitalia etc. è la storia della definitiva liquidazione di ciò che resta dell’istituto di emissione siciliano.

Per noi il Governo Siciliano dovrebbe richiamare Capitalia ai patti o, in alternativa, minacciare (e magari attuare) la “confisca” del Banco, perché NOSTRO E’ il Banco! Non di Capitalia che lo ha acquistato solo grazie a manovre politico-finanziarie non trasparenti.

La centralizzazione del credito a Roma non ha portato ad alcun beneficio per i Siciliani ed ora li vede sopportare altri disagi.

Ancora una volta le professionalità siciliane sono mortificate e questo non è che l’inizio di una continua emorragia di centri decisionali e posti di lavoro!

E’ di ieri la notizia della protesta dei fratelli sardi per vedere applicare quella parte dello Statuto che dà loro autonomia finanziaria simile alla Sicilia. E’ bello vederli con le bandiere sarde, informati e mobilitati. Che scempio, invece, vedere le facce rassegnate e smobilitate dei Siciliani, pronti a qualunque angheria, pronti a vendersi sempre.

Se c’è qualcuno dentro il Banco pronto a condurre una battaglia con noi, noi, e con noi tutti i Siciliani coraggiosi che sono ogni giorno di più, saremo al loro fianco, e non come i falsi sindacalisti che fanno soltanto finta di portare avanti la rivendicazione e poi, sottobanco, capitolano agli accordi dei politici.

ANTUDO!
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