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L'isola che non c'è

Sapete che il 48% di Siciliani che oggi hanno trentacinque, quarant’anni, vive con un lavoro precario e con uno stipendio di seicento euro al mese? -&#nbsp; Immagino la Sicilia come una enorme piattaforma di intrecci culturali, economici, linguistici - Penso alla mia terra, come baluardo sicuro della gente che ha bisogno di cure e che va negli ospedali per uscirne sano - Immagino i giovani che vogliono lavorare senza dovere ricorrere a mezzi “alternativi”&#nbsp;&#nbsp;&#nbsp; (di Laura Incremona)

Non me ne voglia Edoardo Bennato se uso il titolo di una sua celeberrima canzone, colonna sonora della vita di una generazione : quella mia. Noi forse non abbiamo contribuito molto palesemente a cambiare il mondo e la società, ma abbiamo vissuto dentro ciò che abbiamo ereditato “tentando” di modificare con le idee ciò che non andava. Abbiamo studiato in una scuola ed in una università che sono state lo specchio di un tempo che ha marchiato e sancito il cambiamento, offrendo un’istruzione proiettata nel futuro, ed aperta a tutti. Ed abbiamo “tentato” fortemente di entrare nel mondo e nel mercato del lavoro. In molti avremmo sperato di trovare lavoro e di trovarlo qui, nella nostra isola, nella Sicilia, nella nostra terra. Ed in molti lo abbiamo trovato. Ma a quali condizioni? Di questo si parla troppo poco e spesso in maniera superficiale. Sapete che il 48% di Siciliani che oggi hanno trentacinque, quarant’anni, vive con un lavoro precario e con uno stipendio di seicento euro al mese? Per non parlare dei più giovani che hanno dovuto lasciare la Sicilia, perché non hanno trovato lavoro nemmeno come precari.

Ma i problemi della nostra terra e più in generale del meridione, li conosciamo tutti e molto bene. A me invece piace pensare ad un’ isola che non c’è ( per il momento ).

Immagino la Sicilia come una enorme piattaforma di intrecci culturali, economici, linguistici. Come il centro di interessi turistici, di arrivi, di partenze. Di navi che approdano, di aerei che decollano, di strade che congiungono e che non allontanano. Di persone che tornano per non partire più. Penso alla mia terra, come baluardo sicuro della gente che ha bisogno di cure e che va negli ospedali per uscirne sano, guarito senza dovere attendere mesi prima di essere visitato. Immagino i giovani che vogliono lavorare e che riescono a colmare le loro legittime aspettative senza dovere ricorrere a mezzi “alternativi”. (continua….)

Laura Incremona