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Il ricordo di Peppino Impastato

I cento passi che lo separavano dal suo carnefice.

Peppino ImpastatoSi chiamava Radio Aut, l’emittente radiofonica dalla quale Peppino Impastato gridava parole infuocate, celate da un velo di satira, contro l’istituzione mafiosa e la criminalità organizzata che alla fine degli anni 70 flagellava la città di Palermo.

Peppino Impastato è un martire che si è battuto contro le ideologie bigotte e clientelari con così tanta veemenza e costante abnegazione da rimanerne ucciso. Perché cento passi sono pochi per riuscire a sfuggire alla violenza inaudita e spietata che miserabili senza scrupoli impongono con arroganza e superbia. Ma cento passi sono abbastanza da infliggere un colpo mortale a un’istituzione creata da gente ignorante e inetta che impone le proprie leggi con la forza.

Peppino Impasto è nato a Cinisi nel 1948. Il padre, Luigi, era capo di un piccolo clan e membro di un clan più vasto. Ben presto la sorella sposa Cesare Manzella, capomafia. Muore il 9 maggio 1978, il suo corpo è dilaniato da una scarica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani.

Come si fa – commenta Felicia Bartolotta, madre di Peppino, in un’intervista di qualche anno fa – gli hanno dato colpi di pietra in testa. Come si fa a sopportare? E poi l’hanno trascinato sopra i binari con una bomba di cinque chili. Peppino è rimasto lì a terra. Abbiamo fatto il funerale finto. Non c’era niente nella cassa. Niente, mi crede? Mettetegli qualcosa. Mettetegli un piede. Soltanto un piede. Ma così si fa?

Nel 1996, il pentito Salvatore Palazzolo, dichiara di riconoscere Gaetano Badalamenti come mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo condannati rispettivamente all’ergastolo e a trent’anni di reclusione. Soltanto cento passi separavano la casa di Peppino Impastato da quella di Gaetano Badalamenti.

Per questo lo ricordiamo tutti a Peppino Impastato. Ricordiamo il suo sacrificio, sapendo con determinata convinzione che la sua morte non è stata vana. Con lui (e come lui tantissimi altri) abbiamo imparato a tenere la testa alta, a perseguire i valori e i sani principi che i nostri padri e le nostre madri ci hanno saputo insegnare. Soprattutto abbiamo imparato a essere uniti. I giovani, ragazzi e ragazze con concrete convinzioni e ideologie, hanno formato un gruppo saldo, forte, sicuro. E siamo veramente in tanti. Troppi. E adesso ammazzateci tutti.