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La realtà in trasparenza

Lettere 1914-1973

La realtà in trasparenza è una raccolta della maggior parte delle lettere scritte da J.R.R Tolkien nella sua vita raccolte dal figlio Chirstopher Tolkien e da Humphrey Carpenter. Uscita in versione inglese nel 1981 e in Italia nel 1990.

Attualmente l’edizione migliore è quella Bompiani che come saprete ha ristampato negli ulimi anni l’intera bibliografia di Tolkien.

La raccolta è molto interessante perchè contiene sia lettere private scritte alla fidanzata ( e poi moglie) Edith, al figlio Chirstopher in guerra e amici (C.S.Lewis in primis) e lettere “di lavoro” come la fitta corrispondenza intrattenuta con la casa editrice o le risposte alle lettere dei fan.

Possiamo scoprire alcune cose della vita privata del professore, le sue poetiche descizioni sulla natura che lo circondava, i timori di un padre per il figlio in guerra, il difficile percorso che ha portato alla pubblicazione del signore egli anelli e curiosi, lunghi excursus per spiegare ai fan alcuni aspetti della sua opera.

Vi riporto la quarta di copertina dell’edizione del 1990:

Francia, fronte della Somme, marzo 1916. Truppe britanniche sono acquartierate fra casematte e trincee fangose. A intervalli imprevedibili fischiano le granate, imperversano i proiettili. È un triste pomeriggio piovoso; un ventiquattrenne ufficiale dell’11° fucilieri del Lancashire ha letto vecchi appunti di lezioni militari, ed è già stufo dopo un’ora e mezza. Tralasciata quell’occupazione frivola, si dedica a qualcosa di serio: ritocca e perfeziona un linguaggio di sua invenzione, la lingua delle fate. Dell’evento, più importante dei proiettili d’artiglieria, dà notizia in una lettera alla fidanzata.
Quell’ufficiale segnalatore è, naturalmente, John Ronald Reuel Tolkien, e della saggezza che lo spinge continuamente a lasciare da parte le faccende puerili e un po’ goffe, la politica, gli affari, la vita mondana, per tornare a realtà autentiche e perenni, gli elfi, le fate, gli alfabeti fantastici, i poemni d’amore, queste pagine sono inesauribile testimonianza. Eccolo nel 1914, durante una visita molto noiosa al rettore dell’Exteter Colege di Oxford, fuggir via nella pioggia e correre a casa, ai suoi libri; rieccolo nel 1938, al tempo dei patti di Monaco, quando in Inghilterra d’altro non si parla se non di Hitler e del ben riuscito appeasement, preoccupatissimo per l’effige mal riuscita di Mr. Baggins in un’illustrazione per Lo Hobbit.
E qui rinasce il solito interrogativo. Si crede abitualmente che gli inventori di mondi paralleli siano tanto più distinti signori normalissimi e un po’ grigi quanto più il mondo nato dalla loro fantasia è eccentrico. Tolkien no: leggiamo le sue lettere, e ci accorgeremo che nella sua vita di professore gentile e sereno, di accademico coltissimo e puntuale, di gentleman refrigerante, di nonno delizioso, si nasconde un segreto. Leggiamo e vedremo, forse in trasparenza, che ogni pagina, ogni riga può essere decifrata in vista di quel segreto.
Sbaglia però chi pensa a J.R.R. personaggio della Terra-di-Mezzo: quello è il porto della fantasia, e come ogni porto finisce per essere autonomo. «Io in realtà», scrive Tolkien ad Amy Ronald nel 1969, «non appartengo alla storia che ho inventato, e non voglio appartenervi.» Il suo è un altro mondo, dunque, pur se non è il nostro. Ma quale?

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