
L’Istat conferma “una forte disuguaglianza di genere nel lavoro familiare”.
I padri con un alto titolo di studio, con moglie occupata e lavoratori dipendenti, sono da considerarsi i padri più presenti e partecipativi nella cura dei figli. Nell’organizzazione della casa, preferiscono occuparsi della prole (se poi i figli sono maschi lavorano 12 minuti in più al giorno), piuttosto che della pulizia o della cucina. Il lavoro dei padri in famiglia, dal 1988 al 2002-03, “resta residuale” ma è tuttavia cresciuto, sia nel numero di persone (più 6%) che nel tempo medio (più 21 minuti al giorno).
Meglio il ruolo di padre quindi che i lavori domestici (il 58,6% contro il 50,7%). Il loro impegno è comunque secondario rispetto a quello della mamma che trascorre il 62% del tempo ai lavori domestici e il 28% nella cura dei figli mentre per gli uomini le percentuali sono 36,5% e 43,2%. Infine, il 58,3% delle cure della madre alla prole riguarda le cose pratiche come il mangiare, il vestire e così via mentre i padri, per il 57,7%, si dedicano ai giochi e al tempo libero dei figli.
Cresciuta anche la “paternità a distanza”, quella cioè dei padri separati o divorziati che non convivono con i figli. Il 17,1% di loro dichiara di vederli poco o mai, il 58,1% dice di vederli tutti i giorni o qualche volta ma la percentuale di chi li vede spesso sale al 65,2% fra i laureati.
INTERVENTI ATTINENTI - Padri single

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