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Il caso Thomas Crawford

Legal thriller dotato di ritmo, con una buona miscela di interni (gli scontri in tribunale) ed esterni (una Los Angeles vista dall’alto dell'upper class), ma soprattutto basato sullo scontro tra "Hannibal" Hopkins e l’ebreo nazi di The Believer.

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Il caso Thomas Crawford

 

Titolo originale The Fracture
Regia Gregory Hoblit
Sceneggiatura Daniel Pyne
Interpreti Anthony Hopkins, Ryan Gosling, David Strathairn, Rosamund Pike
Durata 113′
Montaggio David Rosenbloom
Musiche Jeff e Michael Danna
Scenografia Mindy Roffman
Fotografia Kramer Morgenthau
Paese, Anno USA 2007
Produzione Castle Rock / Charles Weinstock / New Line
Distribuzione Eagle Pictures

 


La Trama

 


Thomas Crawford, presidente della Crawford Aircraft, è un uomo ricco, intelligentissimo e con una bella moglie. Un giorno scopre che lei lo tradisce con un poliziotto, e prepara un piano par farla fuori. Messo in atto il piano si fa arrestare proprio dal detective, amante della consorte. Nel villone dove Crawford vive a Los Angeles, Crawford confessa il fatto, poi viene messo in prigione. Nel frattempo un giovane avvocato penalista, che lavora per il procuratore, ha l’ultimo incarico da pubblico ministero, prima di migrare in un importante studio privato. E guarda caso gli capita proprio il caso Thomas Crawford. Facilissimo in apparenza, perché già una confessione firmata, ma in realtà ben più incasinato. Crawford sente l’odore del sangue e vuole subito uno scontro diretto con il giovane, furbetto e arrogante avvocato rampante. Lui sottovaluta troppo chi ha di fronte e di lì a poco, inizieranno a giungere le sorprese.

 


Recensione
di Paolo Marocco

 

Legal thriller dotato di ritmo e con una buona distribuzione di interni (gli scontri in tribunale) ed esterni (una Los Angeles vista molto dall’alto, con la upper class che la fa da padrona), diretto da un onesto artigiano, Gregory Hoblit, che mette in scena l’ottima sceneggiatura di Daniel Payne (autore tra l’altro dello script di Manchurian Candidate e di Il socio).

 

Il film inizia con il nostro eroe, freddo e cattivo, che sta costruendo una delle sue macchine infernali, una sorta di meccanismo settecentesco di riproduzione del moto perpetuo, con la pazienza e la precisione di un orologiaio svizzero di un tempo. Dopodiché esce dallo stabilimento e al volante di una supercar da mezzo milione di dollari si reca nell’albergo a spiare la moglie. Veloce, attento, preciso. La sequenza dà un po’ l’impronta di un film basato sull’estasi della perfezione, e sul compiacimenti di esercitarla. Per cui tutto il resto: la gente comune che porta i pacchi, i giardinieri messicani, i poliziotti sono insignificanti pedine al servizio di qualche coglione che si crede dio in terra. Bene: e questa è la prima parte. Nella seconda invece, emerge pian piano il lato umano e comprensivo, che alla fine ha la vittoria sul modello esclusivamente orientato al profitto o all’esercizio poco virtuoso delle proprie doti.

 

Il film amministra questo schema in maniera coerente, senza caricare troppo i personaggi di psicologia e di rischiosi salti nella loro infanzia e nella loro famiglia, ma presentandoli come icone o come pupazzi, all’interno di una scena in cui conta poco quel che accade dietro le quinte. L’importante è apparire al meglio della propria forma fisica e, specialmente, intellettuale. Se si sta al gioco, il film funziona, specialmente grazie a un meccanismo non banale di incastri, forse con qualche pezzettino ogni tanto fuori posto, ma piacevole nella scelta un po’ di tutto: dalle inquadrature, alle scenografie, e soprattutto alla coppia di attori, che seppelliscono tutto il resto.

 


Curiosità

 


Hannibal the Cannibal contro l’ebreo nazi di The Believer. Ovvero l’eroe dei thriller di Thomas Harris, portato splendidamente in scena 15 anni fa da Antony Hopkins contro Ryan Gosling, giovane astro nascente, che un po’ di anni fa si era messo in luce con il ruolo delirante di un neo-nazi cinico, feroce ed ebreo. Quindi che dire? Due personalità (sulla scena) molto simili: i super-cattivi affascinanti e compiaciuti che si lanciano in uno scontro generazionale, sorta di padre contro figlio che lottano a colpi di raffinati piani per scoprire le infinitesimali debolezze del nemico, puntandolo con cattivissimi occhi azzurri. Hopkins ha dalla sua una sorta di saggezza e misurata attenzione alla superiorità ironica ed esibita, sulla linea di un Carmelo Bene, Gosling invece fa il ruolo del giovane che deve tenere a bada la propria cialtroneria, ma che più di tanto cattivo non è, anzi pian piano imparerà che la giustizia ha un suo valore, al di là delle macchinone e dei party che ne fanno da fredda coreografia. [Continua nel link Fonte]

 

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