Funny Games

Recensione di Paolo Marocco

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Funny Games

Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke
Interpreti: Naomi Watts, Tim Roth, Michael Pitt, Devon Gearhart, Brady Corbet, Boyd Gaines
Paese, anno: Gran Bretagna, USA, Francia, Austria, Germania, Italia 2007
Durata: 11 min.
Distribuzione: Lucky Red

Tratto da Cinema.it - Recensione di Paolo Marocco

pubblicato: giovedì 17 luglio 2008 da Paolo Marocco in: prime visioni


Funny Games


Anna e Georg si recano con il loro figlioletto e il loro SUV nella casa di villeggiatura, per trascorrervi qualche giorno. Giunti al cancello, incontrano i vicini con cui parlano un po’. Insieme a questi ultimi appaiono due ragazzi vestiti di bianco, dai modi educati ed eccessivamente affettati, che dopo un po’, si introducono nella casa di Anna e Georg con una scusa. Dopo un po’ Georg reagisce male all’invadenza insolente dei due, ma viene subito colpito alla gamba con una mazza da golf. Da qui ha inizio una notte da incubo…


Recensione


Il film si sa, è il remake, diretto dallo stesso Haneke, di una sua opera del 1997, uscito in Italia in pochissime sale nell’estate dell’anno successivo. Nessuno conosceva il regista, qui da noi, e quel titolo curioso attraeva un pubblico rarefatto ed estivo che usciva dalla sala sconcertato, se era riuscito a rimanere fino alla fine.
L’operazione di Haneke è quella di riprodurre, fedelmente, ma fino a un certo punto, l’originale, variandone l’ambientazione, e soprattutto gli attori. Ma, per chi conosce attentamente il primo film, cambiandone in alcune scene il taglio dell’inquadratura, e facendo piccole , ma cruciali, variazioni di montaggio. Chi, come molta critica, parla di calco, sbaglia.


Prendiamo la sequenza iniziale: quella delle uova. Uno dei due ragazzi chiede 4 uova alla signora 35.enne borghese, poi le rompe, poi ne chiede altre 4, che rompe di nuovo. Nel primo film l’atteggiamento provocatorio del ragazzo è più sottile, ma al contempo, dichiarativo, perché sono visibili le due scene in cui rompe le uova, mentre nel secondo film manca la seconda scena delle uova rotte, e questo dettaglio, accoppiato a una reazione più aggressiva della protagonista del secondo film, disallinea gli equilibri calcolatissimi nell’opera prima (Naomi Watts sembra isterica e cocainomane già di suo, per cui, nella recitazione, anche in questo caso tende ad accentuare troppo i tratti del personaggio, che nel primo film, accompagnava sul filo del rasoio il crescendo della tensione, senza anticiparla).

Gli attori quindi sono diversi, nel secondo caso troppo connotati, e l’effetto generale non è comunque lo stesso: nel remake la famiglia borghese che subisce la violenza non reagisce, la subisce e basta, come se stesse recitando un ruolo imposto, mentre nel primo film non si avverte tanto la passività quanto l’ineluttabilità di un destino che gioca a favore dei piccoli demoni. L’ambientazione, tedesca, ammiccava anche a un gusto della violenza cinica e gratuita, tipica di un certa imitazione di nazismo, che nel nuovo film si avverte molto meno.


La differenza più marcata sono gli attori. Innanzitutto, nel primo film, quando è uscito in Italia, erano qui completamente sconosciuti: Ulrich Mühe, l’attore della ex Germania Est, diventato in seguito noto per Le vite degli altri, e morto prematuramente l’anno scorso, recitava insieme con la vera moglie. La famiglia, anonima e borghese, risultava naturalmente perfetta nella spontaneità e nelle consuetudini tipiche in cui si rifugiava. I due ragazzi, poi, si contrapponevano: uno bruno e provocatore, e l’altro, biondo e grassottello, un po’ passivo e soggiogato al primo. Nel secondo film sembrano invece quasi due cloni, e non hanno l’effetto complementare che avevano nel precedente. Mentre Tim Roth e Naomi Watts sono un po’ troppo hollywoodiani e già chiusi in un’evidenza recitativa, per mantenere gli equilibri tra verità e finzione, che il primo film offriva.

Per il resto rimangono le metafore e tutto il meccanismo meta filmico, che nel primo film erano, per l’epoca, più originali ed efficaci: i ragazzi che si introducono nell’equilibrio metodico della casa borghese passando per uno squarcio nella rete di protezione, poi che si rivolgono al pubblico in prima persona, e, infine, che discutono del racconto di fantascienza, parlando di realtà e finzione come due facce della stessa medaglia, basta scegliere un riferimento attraverso cui leggere le cose. [Continua nel link Fonte]

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