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Odgrobadogroba - Di tomba in tomba

Recensione di Claudio Panella

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Odgrobadogroba - Di tomba in tomba

Titolo originale: Odgrobadogroba (Gravehopping)
Regia: Jan Cvitkovic
Sceneggiatura: Jan Cvitkovic
Interpreti: Gregor Bakovic, Drago Milinovic, Sonja Savic, Mojca Fatur, Brane Gruber, Natasa Matjasec, Vlado Novak
Paese, anno: Croazia-Slovenia, 2005
Durata: 103’
Fotografia: Simon Tanšek
Montaggio: Miloš Kalusek
Musiche: Aldo Ivančic
Scenografia: Andraž Trkman, Vasja Kokelj
Produzione: Staragara, Propeler Film, RTV Slovenija, Slovenjia Film Fund
Distribuzione: Sap 11, R.D.N


Tratto da Cinema.it - Recensione di Claudio Panella

pubblicato: giovedì 24 luglio 2008 da Claudio Panella in: prime visioni


Pero lavora come oratore funebre nella piccola città slovena in cui vive con la famiglia della sorella e con il padre vedovo inconsolabile che tenta spesso e volentieri di togliersi la vita nei modi più disparati. Pero passa le sue giornate col migliore amico, il meccanico Šuki, o cercando di far capire all’amica Renata che si è innamorato di lei. Ma il luogo dove è destinato a trascorrere gran parte del suo tempo è sempre il cimitero.


Recensione


Vincitore del Torino Film Festival 2005 e premiato per la miglior regia a San Sebastian Odgrobadogroba - Di tomba in tomba è il terzo lungometraggio dello sloveno Jan Cvitkovic, un regista ben accolto nei festival europei fin dall’esordio di Kruh in mleko - Pane e latte che gli valse il “Leone del futuro” alla Mostra di Venezia del 2001. Se in quel caso il ritratto di una famiglia disperata era filmato in un austero bianco e nero, l’affresco umano di questo altro film è più colorato, buffo e a tratti simpatico, ma non per questo, a conti fatti, risulta più ottimista.

Il film è decisamente corale anche se il protagonista è l’oratore funebre Pero: uno scrittore fallito? un giovane senza futuro? Non si direbbe dato che “non tutti nascono ma tutti muoiono” e quindi il lavoro non dovrebbe mancargli. Eppure le giornate di Pero trascorrono per lo più nell’ozio, a bere, a meditare nuovi discorsi per le celebrazioni funebri dei prossimi defunti del paese, conosciuti o sconosciuti. In questa sorta di limbo si alternano istanti, inserti, contemplativi a scorci di vera disperazione, che sembra caratterizzare più i padri che i figli ma che in realtà contagia e accomuna diverse generazioni.

La pellicola ci consente anche di sbirciare, seppure da un’angolatura più poetica che documentaria, nella vicinissima Slovenia. Nel film si sente molto chiaramente che l’Italia è giusto al di là del Carso: Šuki modifica senza sosta una Fiat 600 arrivando ad aggiungervi degli speroni rotanti dopo la visione di una corsa di bighe in film di Maciste (per quella di Ben Hur la Warner Bros non ha concesso l’autorizzazione), Renata flirta con un assistente all’Università di Trento e Pero canta con sentimento, seppur con qualche variante, il Nessun dorma. D’altra parte però l’immancabile band tzigana arrangia I will survive e Sex Bomb, Pero si sente in dovere di corteggiare Renata indossando una camicia a fiori rosa probabilmente made in China, uno dei personaggi è stato per anni un emigrato in Germania, un altro lavorava su una piattaforma petrolifera in mezzo al mare.

Queste superficiali note vogliono dar conto di quanto il film riesca anche a tratteggiare lo sradicamento di una giovane repubblica ex-jugoslava dove le cronache ci dicono vi sia uno dei tassi di suicidio più alti d’Europa. Ma il raggiungimento di questo quadro panoramico appare quasi casuale perché il film è costruito sulla quotidianità dei suoi personaggi, e li segue con un ritmo diseguale spesso grammaticalmente poco ortodosso. C’è quindi il sospetto che Jan Cvitkovic sia un autore smaliziato in grado di essere un buon osservatore della natura umana, senza prendersi troppo sul serio. [Continua nel link Fonte]

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