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Rachel Getting Married
Titolo originale: Rachel Getting Married
Regia: Jonathan Demme
Sceneggiatura: Jenny Lumet
Interpreti: Anne Hathaway, Rosemarie DeWitt, Mather Nickel, Debra Winger, Bill Irwin
Montaggio: Tim Squyres
Fotografia: Declan Quinn
Musica: Suzana Péric
Paese: Usa
Anno: 2008
Durata: 116 minuti
Tratto da Cinema.it - Recensione di Eleonora Saracino
pubblicato: mercoledì 03 settembre 2008 da Eleonora Saracino in prime visioni
Kim torna a casa, dopo un periodo di riabilitazione, in occasione del matrimonio della sorella. Durante il week end precedente alla nozze, in una casa piena di gente, la ragazza si trova ad affrontare crisi e conflitti con il resto della famiglia.
Recensione
I matrimoni, così come i funerali, sono sempre ghiotte occasioni per i registi che amano raccontare storie di famiglia e di conflitti. Anche Rachel Getting Married parte da qui, dall’occasione di riunire insieme un gruppo di persone per farle incontrare e scontrare nel corso di un lungo week end pre-matrimoniale. Jonathan Demme sceglie la camera a mano per dare l’idea, come ha dichiarato, di “realizzare un filmino casalingo”, ci porta quindi dentro questa casa, dentro questa famiglia come se fossimo degli invitati, per offrire al nostro sguardo la possibilità di conoscere i nostri ospiti, mangiare e bere con loro, divertirci e soffrire. Kim, dopo la riabilitazione, torna dai suoi ancora segnata dal dolore, ansiosa di riappropriarsi di un amore che sente le sia stato sottratto e istericamente alla ricerca di attenzione. Per tutto il tempo provoca, stuzzica, irrita
Funge da guastatore per spezzare l’incanto dell’atmosfera di nozze, aggredisce ed è aggredita. La camera di Demme fruga nelle stanze, si siede a tavola, cattura i volti di tutti e ne coglie l’espressione di speranza e di disperazione, tuttavia resta alla superficie di quella solitudine interiore che pare affliggere, in un modo o nell’altro, tutti i protagonisti.
Gli spunti non sarebbero mancati in questa storia in cui Kim, la sorella, il padre e la madre stanno ancora scontando la sofferenza di una morte improvvisa, quanto assurda; eppure Demme non scava fino in fondo, come se temesse di calcar troppo la mano, di affondare il colpo per dare al film più realismo tragico. La crisi esplode, sì, ma è destinata a rientrare a suon di violini e di lacrime, si stempera nella soluzione più semplice della riappacificazione, mancando così l’occasione di farsi dramma interiore di più profonda intensità. Anche Anne Hathaway, pur mortificata nella sua bellezza, non riesce ad adattarsi al dolente cinismo del suo personaggio, ammorbidendolo con sguardi troppo teneri per poter esprimere tutto lo sgomento di un animo ferito.
Con quel coinvolgimento che tarda ad arrivare, il film si ferma al semplice racconto di una storia come un invito alle nozze di amici lontani: un po’ ci incuriosisce ma un po’ ci delude.

Singletta








