Il matrimonio di Lorna

Recensione di Maurizio G. De Bonis

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Il matrimonio di Lorna

Titolo: Il matrimonio di Lorna
Regia: Jean-Pierre e Luc Dardenne
Sceneggiatura: Jean-Pierre e Luc Dardenne
Fotografia: Alain Marcoen
Montaggio: Marie-Hélène Dozo
Scenografia: Igor Gabriel
Produzione: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne, Denis Freyd
Interpreti: Arta Dobroshi, Jérémie Renier, Fabrizio Rongione, Alban Ukaj
Paese, anno Belgio, Francia, 2008
Durata: 106 min.

Tratto da Cinema.it - Recensione di Maurizio G. De Bonis

pubblicato: mercoledì 16 settembre 2008 da Maurizio G. De Bonis in prime visioni

Lorna è albanese e vive in Belgio. Il suo sogno è quello di aprire un bar insieme al suo compagno, un altro albanese. Per trovare i soldi necessari, la ragazza decide di entrare in un’organizzazione criminale specializzata nei matrimoni bianchi. Lorna deve prima sposare un tossico belga per avere la cittadinanza e poi sposarsi con un cittadino russo. Il fatto è che dopo il primo finto matrimonio, il tossico deve essere eliminato. Lorna inizia a farsi degli scrupoli di coscienza e il suo comportamento finirà per creare numerosi problemi.


Recensione

A volte, nei grandi Festival internazionali accadono strani eventi, determinati dalle scelte delle giurie. Prendete il caso di Cannes 2008. il film dei fratelli Dardenne, Il matrimonio di Lorna, era in concorso. Jean-Pierre e Luc hanno già vinto in passato per ben due volte la Palma d’oro per il migliore lungometraggio: con Rosetta, nel 1999, e L’Enfant, nel 2005. Da non dimenticare, sempre a Cannes, il premio per la migliore interpretazione femminile per Emilie Dequenne (Rosetta) e quello per l’interpretazione maschile per Olivier Gourmet (Il figlio, 2002).

Evidentemente i Dardenne devono avere un abbonamento relativo ai riconoscimenti del festival francese, così è capitato che una giuria un po’ miope abbia dato all’edizione 2008 il premio per la migliore sceneggiatura a Il matrimonio di Lorna.

Proprio la sceneggiatura, infatti, rappresenta il punto debole di un film che possiede invece degli elementi di grande interesse. Ma andiamo con ordine.

Jean-Pierre Dardenne dichiara nel press-book: “In alcuni momenti la nostra sceneggiatura osa dei rischi che possono sorprendere. Penso alla concisione nella scena della morte di Claudy”. Proprio quello evocato in questa dichiarazione è uno dei passaggi più incerti dell’intera operazione filmica. Non si tratta infatti di una scena concisa, quanto piuttosto di una vera e propria brutale ellissi che rappresenta una sorta di piccolo buco nero nell’evoluzione della vicenda. Ebbene, il copione de Il matrimonio di Lorna è zeppo di questi piccoli buchi neri che rendono il racconto singhiozzante e poco fluido, costringendo lo spettatore a dover interpretare continuamente tali significativi vuoti narrativi.

A parte la questione legata alla scrittura del film, Il matrimonio di Lorna è un’opera che contiene tutti gli elementi caratteristici della poetica e dello stile di Jean-Pierre e Luc Dardenne. L’attenzione nei confronti degli ultimi, degli indifesi, degli emarginati è sempre molto alta. Lorna è vittima, a causa della sua fragilità umana e sociale, di un gioco criminale che contempla l’uso e l’eliminazione fisica di soggetti che la società ha rifiutato e che finiscono inesorabilmente nella mani di gruppi malavitosi. L’impianto registico è il solito: macchina a mano, ambienti reali, scene in cui, attraverso la recitazione, si cerca una drammatica verità esistenziale. Nell’ambito della sfera prettamente visiva è stato però possibile verificare una mutazione della sostanza fotografica delle immagini concepite dai cineasti belgi . I Dardenne sono passati dalla macchina da presa super 16 mm. alla 35 mm., solo dopo aver provato una videocamera digitale che però non ha dato esisti positivi per quel che concerne la “pasta” della fotografia e della luce. L’uso di una 35 mm., ancorché difficoltoso per gli operatori costretti a lavorare con un peso non indifferente sulla spalla, ha però consentito agli autori di rendere più nitida ed efficace la sostanza dell’immagine. Ciò ha determinato una sorta di raffreddamento della forza delle sequenze girate dai Dardenne ma allo stesso tempo ha amplificato espressivamente il senso di gelido e tragico dolore vissuto dal personaggio principale, in una Liegi notturna, fredda e anche un po’ ostile.

Ottima la direzione degli attori. Perfetti nei loro ruoli, la kosovara Arta Dobroshi e il belga, di chiara origine italiana, Fabrizio Rongione. Semplicemente strepitoso, come sempre, Jérémie Renier, in grado di fornire al suo personaggio di tossico disperato una carica di umanità unica.

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