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Parigi

Recensione di Maurizio G. De Bonis

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Parigi

Titolo: Parigi
Titolo originale: Paris
Regia: Cedric Klapisch
Sceneggiatura: Cedtic Klapisch
Fotografia: Christophe Beaucarne
Montaggio: Francine Sandberg
Scenografia: Marie Cheminal
Musica: Loic Dury, Robert Burke
Interpreti: Romain Duris, Juliette Binoche, Fabrice Luchini, François Cluzet
Paese, anno: Francia, 130 min.
Distribuzione: BIM

Tratto da Cinema.it - Recensione di Maurizio G. De Bonis

pubblicato: sabato 27 settembre 2008 da Maurizio G. De Bonis in prime visioni

Pierre è un ballerino al quale viene diagnosticato un grave problema cardiaco. La sua vita è in pericolo: l’univa salvezza può essere il trapianto. Nell’attesa dell’operazione, sua sorella, Elise, si trasferisce a casa suo per accudirlo. Nel frattempo Roland, un professore universitario di Storia, si invaghisce di una sua allieva, proprio mentre gli muore il padre e mentre il fratello, architetto, sta per avere un figlio. La vita di queste persone si intreccia anche a quella di Jean, un simpatico fruttivendolo, e a quella di una panettiera, antipatica e reazionaria.


Recensione

C’è una breve scena (dura non più di un paio di minuti) che giustifica per intero il prezzo del biglietto di Parigi, ultima opera di Cédric Klapisch. Protagonista è Fabrice Luchini, attore francese sempre strepitoso, che si esibisce in una singolare performance e che dà una dimostrazione fantastica dell’uso, in senso attoriale, della macchina-corpo.

Abbiamo incominciato da Luchini, perché uno dei maggiori pregi di Parigi è il suo eccellente cast. Sarebbe possibile in Italia mettere insieme un gruppo di attori così efficace? Non lo sappiamo. Romain Duris, misurato e tutto interiore nella sua esposizione dell’angoscia della morte, Juliette Binoche, semplice e spontanea nella raffigurazione di una donna affaticata da una vita troppo intensa e solitaria, Albert Dupontel, perfetto nell’interpretazione di un fruttivendolo dall’animo sensibile, François Cluzet, geniale nel delineare un uomo affermato ma facile al piagnisteo, Karin Viard, puntuale nel costruire il personaggio di una panettiera razzista e petulante. Cédric Klapisch ha puntato molto sui suoi attori, avendo in tal senso un riscontro che potremmo definire eccezionale. I personaggi, in Parigi, oltre a essere volti, voci, sguardi, sono corpi, elementi concreti che trovano una loro collocazione in un ambiente urbano, quello parigino, che di fatto è il grande, sublime, personaggio principale del film.

Mentre Pierre è seduto sul taxi che lo sta portando in ospedale per il trapianto, si sente la sua voce mentale dire: “…questa è Parigi, nessuno è mai contento”. Frase simbolica che rappresenta una città intera: i suoi abitanti, la sua struttura sociale, i problemi collettivi e individuali, il ritmo delle giornate, il pulsare di una vita straordinaria proprio perché assolutamente ordinaria.

I problemi di tutti i personaggi che compongono questa vicenda corale, divengono così tessera di un mosaico esistenziale decisamente complesso. Klapisch sembra volerci dire come l’animo dell’essere umano dell’occidente ricco e opulento sia modellato proprio dall’ambiente in cui vive, da quello spazio urbano che ormai è divenuto fonte continua di stimoli contraddittori, non sempre fondamentali. Gli uomini e le donne di Parigi, sono dunque la città stessa, il suo respiro, il suo flusso vitale, le sue vibrazioni; sono emanazione diretta del carattere della città, della sua architettura, dei suoi monumenti, dei quartieri e della struttura urbanistica.

Ogni personaggio inventato da Klapisch deve fare i conti con una sofferenza interiore spaventosa. Per alcuni ciò è evidente, per altri il percorso psicologico è più contorto, difficile. Tale ragnatela di tormenti è organizzata dall’autore attraverso una ricerca di armonia narrativa che ricorda senza dubbio quella nata dalla sapienza espressiva di Robert Altman. Le vicende dei singoli si intrecciano e si alternano senza che lo spettatore abbia la sensazione di passare da una situazione all’altra, anzi si ha l’impressione che tutti i personaggi in realtà si conoscano, si frequentino, si incontrino in tutte quelle scene non scritte che sempre compongono il corpo ideale del racconto di un film. A ciò si aggiunge una mano regista di rara abilità nel panorama contemporaneo. Dire che Klapisch giri bene, sarebbe insufficiente a descrivere la capacità di questo regista di collocare i suoi personaggi in una dimensione fortemente moderna, attuale. Si avverte subito, fin dalle prime inquadrature, la vicinanza dello stile del regista francese alle tendenze della arti visive contemporanee. Le sequenze notturne ai mercati generali sono esempio evidente di elaborazione concettuale/visiva della realtà di oggi, elaborazione che prevede contemporaneamente una procedura espressiva simbolica ma anche una sotterranea analisi del contesto sociale. In tal senso, Parigi è un’opera nella quale si avverte ancora una coscienza di classe, coscienza che esalta le qualità umane di alcuni personaggi i quali non accettano di divenire oggetti di consumo per il ceto ricco/dominante.


Parigi
, dunque, è un lungometraggio che ha una sua chiara valenza politica e che merita una lettura stratificata poiché nasconde al suo interno angoli segreti da esplorare.

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