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Quando i sogni erano veri

Quando, nei sogni di Penelope, l'aquila, che è il simbolo di Ulisse piomba sulle oche, che sono il simbolo dei Proci, e le stermina, è indubbio che l'autore di quei versi, ed il lettore facevano riferimento a processi soggettivi presenti nella mente di Penelope.

redon La nostra, diceva Ernesto De Martino, è una civiltà della veglia. Siamo così fortemente abituati a pensare al sogno come espressione di una coscienza singola, a considerare i sogni un fatto privato, che facciamo fatica a renderci conto del fatto che non solo il sogno di Penelope, ma innumerevoli altri sogni, in un passato non troppo lontano e all’interno di una straordinaria pluralità di culture, furono concepiti come racconti che contengono verità o attendibili previsioni di eventi futuri.

 

I sogni, come è scritto nel settimo dell’Eneide, consentono di entrare a colloquio con gli Dei e di interrogare Acheronte nel profondo Averno.Giungiamo a percepire la incolmabile distanza che ci separa dal mondo antico se pensiamo alla pratica della incubazione che ha remotissime origini e si diffuse in Grecia, a partire dalla fine del quinto secolo. Consisteva nel sottoporsi a pratiche di purificazione per poi addormentarsi in un recinto sacro destinato a questo scopo, nell’attesa di essere visitati nei sogni dal dio o dall’essere sovrannaturale legato al luogo prescelto.

 

Platone, pensa che nel sonno l’anima percepisce cose che non sapeva prima, sia nel passato e nel presente, sia nell’avvenire. Riconduce le immagini dei sogni ad apparenze prodotte dalla divinità crede che i sogni abbiano valore profetico e divinatorio.

 

Come lucidamente spiega Luciana Repici nella Introduzione al suo testo tradotto da Aristotele, questi adotta invece un modello meccanico di tipo democriteo e si distacca con forza da queste posizioni. C’è un passo, nel testo intitolato “La divinazione durante il sonno” del quale molti hanno sottolineato la “modernità:

 testa di Aristotele

Dato che anche gli animali sognano,-scrive Aristotele- i sogni non possono essere inviati dalla divinità. Uomini del tutto semplici sono capaci di previsioni, non poichè la divinàha inviato loro dei sogni, ma perchè tutti coloro che hanno natura ciarliera  e melanconica hanno una grandissima quantità di visioni. Per questo, così come capita di imbroccarla a coloro che giocano a pari e dispari, hanno, ogni tanto, visioni che corrispondono agli eventi reali. I sogni non sono mandati da un dio, ma - afferma Aristotele in quelle stesse righe (e l’affermazione piacque molto a Freud) - sono tuttavia demonici, perchè la natura è demonica, non certo divina.

 

Repici ritiene che “demonici” significhi  dipendenti dal caso, ossia da cause accidentali e indeterminate. Se anche ai non specialisti è concesso di avanzare timide riserve, ho l’impressione che in questo caso si vogliano troppo rapidamente eliminare ambiguità. ……

 

Ma Repici conosce molto bene i testi e conclude una delle due preziose appendici con questa affermazione: “Dalla tradizione emerge un Aristotele dai molteplici volti, che pone problemi non indifferenti a chi voglia tentare di ridurre le diverse immagini a unità“. In questa edizione, che ha il testo a fronte, Luciana Repici ha accuratamente tradotto e ampiamente commentato altri due testi di Aristotele: “Il sonno e la veglia. I sogni.” Il tutto seguito da un’ottima bibliografia. Un’impresa meritoria.

 

 ”Aristotele, il sonno e i sogni a cura di Luciana Repici, Marsilio Ed.

 

Paolo RossiIl Sole 24 ore 28 settembre 2003