
Il tema non è proprio da libro di evasione per l’estate, ma vi appassionerà e conquisterà. E’ il racconto dei dieci anni passati dalla poetessa Alda Merini in manicomio.
Ogni pagina è un alternarsi di orrore e solitudine, di incapacità di comprendere e di essere compresi, ma la narrazione, che non segue una scansione temporale consueta, è nonostante tutto un inno alla vita e alla forza del “sentire”.
Non c’è traccia di sentimentalismo o di facili condanne, solo emerge lo sperdimento, il dubbio, ma anche la sicurezza di se’ e delle proprie emozioni in una sorta di innocenza primaria che tutto osserva e trasforma, senza mai disconoscere la “malattia”, o la fatica del non sentire i ritmi e i bisogni altrui.
Lo sguardo della Merini sul questo mondo è come un’onda che alterna la lucidità all’incanto e che alfine si concentra sul particolare, trovando in un gesto, in una parola, nella constatazione di una crudeltà, la strada da percorrere verso la propria salvezza individuale.
I giorni e gli anni di questo percorso si susseguono in una riflessione che non è analisi, ma si fa poesia, negli interrogativi e nei dubbi che divengono rime a lacerare il torpore, l’abitudine, le sicurezze acquisite, l’indifferenza e la paura del mondo “fuori”.
“Ma il giorno che ci apersero i cancelli,
che potemmo toccarle con le mani quelle
rose stupende, che potemmo finalmente
inebriarci del loro destino di fiori.
Divine, lussureggianti rose!
Non avrei potuto scrivere in quel
momento nulla che riguardasse i fiori
perchè io stessa ero diventata un fiore,
io stessa avevo un gambo ed una linfa.” ( Alda Merini)
Marzia Mazzavillani Copyright © Vietata la riproduzione totale o parziale del testo

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