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Déià vu. Il film già visto.

Un uomo entrò nel mio studio, diceva di avere continue sensazioni di déjà vu. Non una ogni tanto, ma perennemente 24 ore su 24. Non poteva andare in nessun posto, vedere gente, leggere un libro senza avere la certezza di averlo già fatto, conosciuto, letto. Tutta la sua vita era un film già visto.

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C’è chi li ignora chi ne è affascinato e chi preferisce associarli a prodigiosi poteri soprannaturali, ma c’è anche chi li vive come una malattia, un perenne stato confusionale del tempo e della realtà che mischia il passato al presente, o addirittura al futuro.

I déjà vu sono un fenomeno difficile da spiegare dal punto di vista scientifico. Ci sta riuscendo un gruppo di ricercatori inglesi dell’Università di Leeds con il progetto Cognitive Feelings Framework ideato da Chris Moulin, neuropsicologo cognitivo, da anni impegnato negli studi sulla memoria e sull’Alzheimer.

Questo il colloquio intercorso tra la giornalista Carlotta Magnanini e il Dottor Chris Moulin.

Dottor Moulin, come si spiegano i déjà vu?

Da studi effettuati su pazienti epilettici, possiamo affermare che i déjà vu hanno origine nei lobi temporali del cervello e sono causati dallo scontro tra due processi opposti: le sensazioni, quel qualcosa che percepiamo come già vissuto, e la conoscenza oggettiva, cioè il fatto di aver già vissuto quel qualcosa nella realtà.

In cosa consiste il vostro progetto?

Vogliamo individuare una struttura come il Cognitive Feelings Framework: è il primo passo per spiegare l’interazione causale tra certe indefinibili sensazioni soggettive e determinati stati di coscienza associati alla memoria. In particolare a noi interessa individuare e studiare non tanto cosa la gente ricorda e dimentica, ma che effetto fa ricordare o dimenticare. Io le chiamo “sensazioni cognitive” per differenziarle dalle “emozioni”.

Voi parlate di déjà vu come di una malattia cronica?

Lavoravo in un istituto clinico a Bath e un giorno un uomo entrò nel mio studio, diceva di avere continue sensazioni di déjà vu. Non una ogni tanto, ma perennemente 24 ore su 24. Non poteva andare in nessun posto, vedere gente, leggere un libro senza avere la certezza di averlo già fatto, conosciuto, letto. Tutta la sua vita era un film già visto. Ho capito di trovarmi di fronte ad una testimonianza eccezionale, ma non unica: come lui dovevano per forza esistere altri casi al mondo, bisognava solo trovarli. Così ho cominciato a studiare i normali déjà vu, quelli che tutti più o meno conosciamo nella vita di tutti i giorni.

Cosa è emerso dai suoi studi fino ad oggi?

L’elemento più interessante è l’esistenza di due sistemi, due sfere dell’attività cerebrale nettamente separate fra di loro: quella delle sensazioni e quella della conoscenza vera e propria.


Fonte “L’espresso” 31 agosto 2006

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