Istambul

Entrare ad Istambul con con Orhan Pamuk in punta di piedi in questa città di 10 milioni di abitanti erede di una grande civiltà, aperta e chiusa agli influssi occidentali, coacervo di popoli ed etnie, brulicante di vita, immersa nel caos, è un'esperienza e un'avventura che vi consiglio di vivere.

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Scrivo sull’onda di un’emozione profonda che le ultime pagine di “Istanbul” di Orhan Pamuk mi hanno trasmesso.

Commozione, gratitudine, comprensione profonda, desiderio, ammirazione.

Entrare con Orhan Pamuk in punta di piedi in questa città di 10 milioni di abitanti erede di una grande civiltà, aperta e chiusa agli influssi occidentali, coacervo di popoli ed etnie, brulicante di vita, immersa nel caos, è un’esperienza e un’avventura che vi consiglio di vivere.

Sostare di fronte alle foto fumose ed oscure, immergersi nello spleen delle vedute notturne, assaporare la gioia tangibile delle immagini solari sul Bosforo, è un grande piacere che questo meraviglioso scrittore ha saputo risvegliare.

Seguire nelle sue lunghe ed elaborate frasi, piene di lirismo e di grazia, la storia, le suggestioni, i racconti degli artisti e dei personaggi che hanno visitato o vissuto Istanbul, che l’hanno raccontata o ritratta in modo pittoresco o sobrio, cercandone l’esotismo o l’anima autentica, afferrare il filo sottile di tristezza che lega la città ai suoi abitanti, sentire la malinconia che qui è “cantata” come una musa che vigila sui vicoli, sulle moschee e i minareti, sulle tombe e i brutti palazzi occidentali, sulle antiche ville di legno del Bosforo e le navi che indifferenti lo attraversano, è godere della meraviglia che solo l’autentico amore sa suscitare.

E l’immensa città, la grande Istanbul assorbe il piccolo Orhan e lo segue nelle sue esperienze infantili, ne misura i passi nelle prime uscite, nelle fughe fra vicoli e quartieri degradati, lo attira e chiama alla solitudine e alle ombre della notte, ne fomenta le ansie e le felicità improvvise dell’adolescenza, lo confronta con l’amore e l’attaccamento alle radici e ai luoghi dell’anima, ne sottolinea le fasi di crescita.

La Istambul di Orhan Pamuk assume il valore di un rito di passaggio.

E lascio qui con gratitudine e reverenza le ultime righe del libro:

“Sapevo che quella sera avrei litigato con mia madre, quindi sarei uscito per quelle strade che mi avrebbero consolato, e dopo aver camminato a lungo sarei rientrato a casa a mezzanotte: allora per tirare fuori qualcosa dell’atmosfera e della chimica di quelle vie, mi sarei seduto alla scrivania. Non diventerò pittore -dissi - diventerò scrittore, io.-”

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Marzia Mazzavillani Copyright © Vietata la riproduzione totale o parziale del testo

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