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Pietro Aretino e i sogni

4 Sogni tratti da: Il filosofo Sei giornate Talanta

aretino sogni1° sogno tratto da: “Il filosofo”
Edizione: Tutte le opere, a cura di G. Petrocchi 1971 vol.I pag. 485-486
Sogno dell’argomento e prologo

Chi si fa beffe de i sogni e ridesene, non è manco pazzo che qualunche se lo becca col dar fede loro; certo che io istanotte (russando da maladetto senno) ho visto viso verbo et opere tutto tutto questo bello e galante apparato, e più vi dico che non solo ho udito recitare in foggia di comedia la baia del perugino Andreuccio in sul Centonovelle, ma la chiacchiara d’un filosofastro; la bona memoria del quale, rinchiuso il vece marito de la moglie di lui ne lo studio proprio, mentre corse a staffetta per mostrare il suo cornucopia a la suocera, la presta astuzia de la consorte cara gli fece vedere in cambio de l’amante una tresca da smascellarne: e a la fé bona, signori, che io ho anco veduto
dormendo la città che veggo ora veggiando.

Ella è la terra Siena, non che al paradiso terrestre; è ben vero che la natura arabica le sparse un poco d’argentovivo nel cerebro; benché in quanto al mondo, il torno in cui si aggirano gli umori de i ghiribizzi di sì bel paese, è grazia gratis data, conciosia che tutte le cose magne son de la lega del Celi Celorum.

E ch’io non parli menzogna, ecco: la state o fulmina o avampa, il verno o nevica o diluvia, il dì o è corto o è lungo, la notte o cresce o scema, la terra o è secca o è verde l’aria o è nuolosa o è serena, il fuoco o si accende o si spegne, l’acqua o è turbida o è chiara, il sole o si leva o si colca, la luna o è tonda o è quadra, le stelle o si veggano o non apariscano, gli arbori o son vestiti o sono ignudi; de l’essere oggi venere e domani sabato mi taccio; del quando è la festa e si lavora non favello, del mostrarsi la carne secca or chietina, or luterana sto queto, del tempo esclamo: bene!, ah quantum currit; da che il valente asinone, porcone, briacone, mai mai mai non muta proposito; e però di bambino non si diventa fanciullo, né di fanciullo garzone, né di garzone giovane, né di giovane uomo, né d’uomo vecchio, né di vecchio decrepito, né di decrepito il cancaro che lo affiga fin che io gli dica: moviti; la morte ladra, la morte impiccata, la morte traditora è quella che ne cava la macchia circa l’aspettare che rimbambisca ognuno che spasima di viverci.

In somma solo i gran maestri non mutano mai fantasia. Certo le loro altezze sono il fermamento de la stabilità; e di qui nasce che, col far pace e guerra a lor commodo, stanno sempre in un termine. Ma io gli ammetto la scusa, poiché, oltre le girandole de la fortuna fantasima, i cieli in persona non si fermano né punto, né attimo, sì gli fuma il saie in la zucca!

Ed essendo così, non pure merita perdono Cupido, che là ci colca con la Diva, e qua ci scortica con la pelaruola; non pur si dee perdonar al danaio, che vien di passo e vassene di corso; ma, verbi gratia, le brigate de la città sù detta son degne di venia, se bene elleno mentre si riconciliano insieme per burla, si vanno rompendo il capo da vero. Or da che vengano fuora le due petegole cicalando, mi aguatto quinci per chiarirmi se mai il sogno volesse diventar visione.

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