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Giorgio Bassani

3 Sogni tratti da:
"Due fiabe"
"Il giardino dei Finzi-Contini
" "L'airone"

giorgio bassani sogni letteratura1° sogno tratto da: “Due fiabe”

Edizione: Mondadori, Meridiani, Milano 1998 (in L’odore del fieno) pag. 865-66

Prima edizione: 1972
Sogno nel sogno del Signor Buda

Dormiva, il signor Buda. Sognava. Sognava di dormire

Sognava che aveva dormito per tre, quattro ore al massimo, senza sognare. E che finalmente (dan, dan, dan, dan, dan, dan: l’orologio di piazza aveva battuto sei lenti colpi consecutivi.), che finalmente si svegliava.

Sdraiato supino, nella stessa posizione di quando si era messo a letto, apriva gli occhi adagio. Un odore forte, acre e dolciastro insieme (inconfondibile!) riempiva la stanza. Dunque era tempo, lui si diceva, accendendo subito la luce della peretta che gli pendeva sopra la testa: bisognava davvero andarsene, filare. Anche per questo. Ma prima…

Si levava a sedere, scostava le coperte, buttava le gambe giù dal letto, quindi, camminando a piedi scalzi sul mattonato, muoveva senza la minima esitazione verso l’armadio.

Lo apriva. E alla vista del corpo, del proprio corpo, anziché meravigliarsene faceva col capo un cenno d’assenso. Bene. Molto bene. Completamente nudo, le bianche gengive scoperte, ridotto a quel puro fantoccio e basta che doveva essere, sedeva appoggiando la lunga guancia nera di barba alle ginocchia rannicchiate. Poi, dopo avere richiuso l’armadio con estrema lentezza (soltanto per non rompere il filo dei propri pensieri, è ovvio, soltanto per questo), lui si ritrovava fuori, all’aperto, uscito dall’albergo non sapeva affatto come.

L’aria mordeva. Lungo il gran viale d’accesso in città, su cui cominciava ad alzarsi una fredda luce, non si scorgeva anima viva: dal Castello fino alla lontana Barriera del Dazio. Stesso deserto anche laggiù, svoltato l’angolo.

L’edificio della stazione ferroviaria gli appariva, al termine del successivo rettilineo che avrebbe dovuto ancora percorrere per arrivarci grigio, piccolo, basso, eppure nitidissimo. Camminava a passi affrettati, lo sguardo fisso alla stazione che via via ingrandiva. Ed ecco, non appena aveva raggiunto il viale antistante, gli venivano in mente due cose: primo, che aveva lasciato nella stanza dell’Albergo Tripoli la valigiona
di fibra con dentro tutta la roba, lo strato del campionario e degli effetti personali in superficie, e sotto la stampa clandestina; secondo, che non aveva pagato il conto.

Allora si fermava, assai meno turbato che indeciso. Senonché, udendo in quell’attimo, così vicino da credere di trovarcisi a ridosso, a pochi metri di distanza, lo sbuffo di una invisibile locomotiva manovrante sui binari all’interno della stazione, e comprendendo che, a parte tutto il resto, era ormai troppo tardi per tornare indietro, già ripigliava a camminare.

Tanto più che il suo era un sogno, diceva fra sé e sé sorridendo, amaramente riconfortato. Lo sapeva pur sognando: un sogno nel sogno.


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