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Giovanni Boccaccio e i sogni 11

Mentre che Florio piangendo dolorosamente queste parole diceva, disteso sopra 'l suo letto, Venere, che il suo pianto avea udito, avendo di lui pietà, discese dal suo cielo nella trista camera, e in Florio mise un soavissimo sonno, nel quale una mirabile visione gli fu manifesta.

boccaccio sogniTratto da: Filocolo
Edizione: a cura di Antonio Enzo Quaglio, Milano, Mondadori, 1998
Capitolo: III,18-19 p. 217-19
anno di composizione 1336-1338 ca
Terzo sogno di Florio

[18] […]
Mentre che Florio piangendo dolorosamente queste parole diceva, disteso sopra ‘l suo letto, Venere, che il suo pianto avea udito, avendo di lui pietà, discese dal suo cielo nella trista camera, e in Florio mise un soavissimo sonno, nel quale una mirabile visione gli fu manifesta.

[19] Poi che Florio, da dolce sonno preso, ebbe lasciato il lagrimare, nuova visione gli apparve. A lui parea vedere in un bellissimo piano un gran signore coronato di corona d’oro, ricca per molte preziose pietre, le quali in essa risplendeano maravigliosamente, e i suoi vestimenti erano reali.

E parevagli che questi tenesse nella sinistra mano uno arco bellissimo e forte, e nella destra due saette, l’una d’oro, e quella era agutissima e pungente, l’altra gli parea di piombo, sanza alcuna punta. E questo signore, il quale di mezza età, né giovane né vecchio, giudicava, gli parea che sedesse sopra due grandissime aquile, e i piedi tenesse sopra due leoni, e nell’aspetto di grandissima autorità.

E quanto Florio più costui guardava, più mirabile gli parea, ventilando due grandissime ali d’oro, le quali dietro alle spalle avea. Ma poi che a Florio parve per lungo spazio avere lui riguardato, elli gli parve vedere dalla destra mano del signore una bellissima donna, la quale ginocchioni davanti al signore umilemente pregava; ma egli non poteva intendere di che, se non che, fiso riguardando la donna gli parve che fosse la sua Biancifiore.

Poi alla sinistra mano del signore rimirando, vide un tempestoso mare nel quale una nave con l’albero rotto, e con le vele le quali piene d’occhi gli pareano tutte spezzate, e con li timoni perduti e sanza niuno governo. E in quella nave gli parea essere, a lui, tutto ignudo, con una fascia davanti agli occhi, e non sapere che si fare; e dopo lungo affannare in questa nave, gli parea vedere uscire di mare uno spirito nero e terribile a riguardare, il quale prendeva la proda di questa nave, e tanto forte la tirava in giuso che già mezza l’aveva nelle tempestose onde tuffata.

Allora Florio, forte spaventato sì per lo fiero aspetto dello spirito sì che si vedea la morte vicina per la tempestante nave, con grandissimo pianto verso la poppa gli parea fuggire e gridare verso quel signore «Aiuto». Ma egli non parea che alle sue parole né a’ suoi prieghi colui si movesse; onde Florio più temea sentendo ciascuna ora più la nave affondare. Poi dopo alquanto spazio gli parea che questo signore gli dicesse: «Io sono colui cui tu hai già tanto chiamato ne’ tuoi sospiri: non credere che io ti lasci perire». Ma per tutto questo niente si muove.

Ma poi che a Florio piangendo con grandissima paura parve avere un grandissimo pezzo aspettato, a lui parve che la fascia, che davanti agli occhi avea, alquanto s’aprisse, e fossegli conceduto di vedere dove stava: e com’egli aperse gli occhi a riguardare, vide essere già quella nave tanto tirata sotto l’onde, che poco o niente se ne parea. Allora, forte piangendo, gli parea domandare mercé e aiuto, e alzando gli occhi al cielo per invocare quello di Giove, parendogli che quello di quel signore li fallisse, e egli vide una bellissima giovane tutta nuda, fuori che in uno sottile velo involta, e dicevagli: «O luce degli occhi miei, confortati».

A cui Florio rispondea: «E che conforto poss’io prendere, che già mi veggo tutto sotto l’onde?». La giovane gli rispondea: «Caccia dalla tua nave quello iniquo spirito, il quale con la sua forza s’ingegna d’affondarla». A cui Florio parea che rispondesse: «E con che il caccerò io, che niuna arma m’è rimasa?». Allora parea a Florio che costei traesse del bianco velo una spada, che parea che tutta ardesse, e dessegliela; la quale Florio poi che presa l’avea, gli pareva rimirare costei e dire:

«O graziosa giovane, che ne’ miei affanni tanto aiuto vi ingegnate di porgermi, se vi piace, siami manifesto chi voi siete, però che a me conoscere mi vi pare, ma la lunga fatica m’ha sì stordito, che il vero conoscimento non è con meco». Questa parea che così gli rispondesse: «Io sono la tua Biancifiore, di cui tu oggi, ignorante la verità, ti se’ tanto sanza ragione doluto»; e questo detto, parea a Florio che essa gli porgesse un ramo di verde uliva e disparisse.

Poi parea a Florio con l’ardente spada leggerissimo andare sopral’onde e ferire lo iniquo spirito più volte, ma dopo molti colpi gli parea che lo spirito lasciasse il legno, tornandosi per quella via onde era venuto. E partito lui, a Florio parea che il mare ritornasse alquanto più tranquillo, e il legno nel suo stato, di che in se medesimo si rallegrava molto. E volendo intendere a racconciare i guasti arnesi della sua nave, il lieve sonno subitamente si ruppe. […]

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