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Giovanni Boccaccio e i sogni 5

Né mai, quantunque io meco dicessi, e da altrui udissi vani essere i sogni, di ciò non era contenta, se io di lui non sapea novelle, delle quali io astutissimamente era divenuta sollecita dimandatrice.

boccaccio sogniTratto da: Elegia di madonna Fiammetta
Edizione : a cura di di Francesco Erbani, Milano, Garzanti, 1988
capitolo: III p. 66-68
data di composizione: 1343-1344
Sogni di Fiammetta

[…] Ma poi che le operazioni predette e altre me aveano per lungo spazio tenuta occupata, quasi a forza, assai bene conoscendo che invano ancora me n’andava a dormire, anzi piuttosto a giacere per dormire.

E nel mio letto dimorando sola, e da niuno romore impedita, quasi tutti i preteriti pensieri del dì mi venivano nella mente, e mal mio grado con molti più argomenti e pro e contra mi si faceano ripetere; e molte volte volli entrare in altri, e rade furono quelle che io il potessi ottenere; ma pure alcuna volta, loro a forza lasciati, giacendo in quella parte ove il mio Panfilo era giaciuto, quasi sentendo di lui alcuno odore, mi pareva essere contenta, e lui tra me medesima chiamava e, quasi mi dovesse udire, il pregava che tosto tornasse. . . .

Poi lui imaginava tornato, e meco fingendolo, molte cose gli dicea, e di molte il dimandava, e io stessa in suo luogo mi rispondea; e alcuna volta m’avvenne che io in cotali pensieri m’addormentai. E certo il sonno m’era alcuna volta più grazioso che lavigilia, perciò che quello che io con meco falsamente vegghiando fingeva, esso, se durato fosse, non altramente che vero mel concedeva. Egli mi pareva alcuna volta, lui tornato, vagare in giardini bellissimi, di frondi, di fiori e di frutti varii adorni, con lui insieme quasi d’ogni temenza rimoti, come già facemmo; e quivi lui per la mano tenendo, ed esso me, farmi ogni suo accidente contare; e molte volte, avanti che ‘l suo dire avesse fornito, mi parea baciandolo rompergli le parole, e quasi appena vero parendomi ciò che io vedea, diceva:

«Deh, è egli vero che tu sii tornato? Certo sì è, io ti pur tengo». E quindi da capo il baciava.

Altra volta mi pareva essere con lui sopra i marini liti in lieta festa, e tal fu che io affermai meco medesima, dicendo: «Ora pur non sogno io d’averlo nelle mie braccia». Oh, quanto m’era discaro, quando ciò m’avveniva, che ‘l sonno da me si partisse! Il quale partendosi, sempre seco se ne portava ciò che senza sua fatica m’avea prestato; e ancora ch’io ne rimanessi malinconiosa assai, non per tanto tutto il dì seguente, bene sperando, contentissima dimorava, disiderando che tosto la notte tornasse, acciò ch’io, dormendo, quello avessi che vegghiando aver non poteva.

E benché così grazioso alcuna volta mi fosse il sonno, nondimeno non sofferse egli che io cotale dolcezza senza amaritudine mescolata sentissi, perciò che furono assai di quelle volte che egli il mi parea vedere in vilissimi vestimenti vestito, tutto non so di che macchie oscurissime maculato, palido e pauroso, e come se cacciato fosse, inverso me gridare: «Aiutami!».

Altre, mi pareva udir parlare a più persone della sua morte; e tal volta fu ch’io mel vidi morto davanti, e in altre molte e varie forme a me spiacenti. Il che niuna volta avvenne, che il sonno avesse maggiori le forze che il dolore; e subitamente risvegliata, e la vanità del mio sogno conoscendo, quasi contenta d’avere sognato, ringraziava Iddio; non che io turbata non rimanessi, temendo non le cose vedute, se non tutte, almeno in parte fossero vere o figure di vere.

Né mai, quantunque io meco dicessi, e da altrui udissi vani essere i sogni, di ciò non era contenta, se io di lui non sapea novelle, delle quali io astutissimamente era divenuta sollecita dimandatrice. […]

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