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Jorge Luis Borges e i sogni 12

Se questo mattino e questo incontro sono sogni, ciascuno di noi due sta pensando lui di essere il sognatore.

borges sogniTratto da: “L’altro” in “Il libro di sabbia”
Edizione: “Tutte le opere”, I Meridiani, Mondadori, Milano 1984, vol. II p. 563-71
Prima edizione: 1975
Sogno del doppio più giovane

Il fatto accadde nel febbraio 1969, a nord di Boston, a Cambridge. Non lo scrissi subito perché il mio primo impulso fu di dimenticarlo, per non perdere la ragione. Adesso, nel 1972, penso che se lo scrivo, gli altri lo leggeranno come un racconto e, con gli anni, forse lo sarà anche per me.

So che fu quasi atroce quando accadde e ancora di più durante le notti insonni che lo seguirono. Ciò non significa che la sua narrazione possa commuovere un altro. Saranno state le dieci del mattino. Io ero seduto su una panchina, davanti al fiume Charles.A circa cinquecento metri alla mia destra c’era un alto edificio, di cui non ho mai saputo il nome.

L’acqua grigia trasportava lunghi pezzi di ghiaccio.Inevitabilmente, il fiume mi fece pensare al tempo. La millenaria immagine di Eraclito. Avevo dormito bene; la mia lezione della sera prima era riuscita, credo, a interessare gli allievi. Non c’era un’anima in giro.

Ad un tratto ebbi l’impressione (che secondo gli psicologi corrisponde a uno stato di stanchezza) di avere già vissuto quel momento. Sull’estremità opposta della mia panchina si era seduto qualcuno. Avrei preferito stare solo, ma non volli alzarmi subito, per non sembrare incivile. L’altro si era messo a fischiare. Fu allora che avvenne il primo dei molti turbamenti della mattina. Ciò che l’altro fischiava, ciò che tentava di
fischiare (non sono mai stato molto intonato), era la vecchia canzone argentina La tapera di Elías Regules.

La canzone mi riportò in un cortile, ora scomparso, e al ricordo di Álvaro Melián Lafinur, morto tanti anni fa. Poi vennero le parole. La voce non era quella di Álvaro, ma voleva imitare quella di Álvaro. La riconobbi con orrore.

Mi avvicinai e dissi: Signore, lei è uruguaiano o argentino?

Argentino, ma abito a Ginevra dal quattordici, fu la risposta.

Ci fu un silenzio lungo. Gli domandai: Al numero diciassette di Malagnou, di fronte alla chiesa russa?

Mi rispose di sì.

In tal caso, gli dissi risolutamente, lei si chiama Borges, Jorge Luis. Anch’io sono Borges, Jorge Luis. Siamo nel 1969, nella città di Cambridge.

No, mi rispose con la mia stessa voce un po’ lontana.

Dopo qualche instante insistette: Io sono qui a Ginevra, su una panchina, a pochi passi dal Rodano. La cosa strana è che ci assomigliamo, ma lei è molto più anziano, e ha la testa grigia.

Io gli risposi:Posso dimostrarti che non mento. Ti dirò cose che un estraneo non può sapere. In casa c’è un mate d’argento con un supporto di serpenti, che il nostro bisnonno portò dal Perù. C’è anche un catino d’argento, che pendeva dal suo arcione. Nell’armadio della tua stanza ci sono due file di libri. I tre volumi delle Mille e una notte di Lane, con incisioni in acciaio e note in corpo minore tra capitolo e capitolo, il dizionario latino di Quicherat, la Germania di Tacito in latino e nella versione di Gordon, un Don Chisciotte della casa Garnier, le Tavole di sangue di Rivera Indarte, con la dedica dell’autore, il Sartor Resartus di Carlyle, una biografia di Amiel e, nascosto dietro agli altri, un libro in brossura sulle abitudini sessuali delle popolazioni balcaniche. Neppure ho dimenticato un tramonto in un primo piano di piazza Dubourg.

Dufour, corresse.

Va bene. Dufour. Non ti basta tutto questo?

No, rispose. Queste prove non provano niente. Se io la sto sognando, è naturale che lei sappia ciò che io so. Il suo prolisso catalogo è del tutto vano.

L’obiezione era giusta. Gli risposi: Se questo mattino e questo incontro sono sogni, ciascuno di noi due sta pensando lui di essere il sognatore. Forse, smetteremo di sognare, forse no. Il nostro evidente dovere, intanto, è di accettare il sogno, come abbiamo accettato l’universo e l’essere stati generati e il fatto di guardare con gli occhi e di respirare.

E se il sogno continuasse?, disse con ansietà. Per confortarlo e per confortarmi, finsi una sicurezza che certamente non sentivo. Gli dissi: Il mio sogno è durato già settant’anni, In fin dei conti, ricordandosi, non c’è persona che non s’incontri con sé stessa. È quel che ci accade adesso, solo che siamo in due. Non vuoi sapere qualcosa del mio passato, che è l’avvenire che ti aspetta?. (….)

Esitò e mi disse: E lei? Non so quanti libri scriverai, ma so che sono troppi. Scriverai poesie che ti daranno un piacere non condiviso e racconti di carattere fantastico. Darai lezioni come tuo padre e come tanti altri del nostro sangue. Mi piacque che non mi domandasse nulla sull’insuccesso o sul successo dei libri. (…)

Gli domandai che cosa stava scrivendo e mi disse che preparava un volume in versi che si sarebbe intitolato Gli inni rossi . Aveva anche pensato a I ritmi rossi . Perché no?, gli dissi.

Puoi addurre esempi illustri antecedenti. Il verso azzurro di Rubén Darío e la canzone grigia di Verlaine. Senza darmi retta, mi spiegò che il suo libro avrebbe cantato la fratellanza di tutti gli uomini. Un poeta del nostro tempo non può voltare le spalle alla propria epoca.

La nostra situazione era unica e, sinceramente, non eravamo preparati. Parlammo, fatalmente, di letteratura; temo di non avere detto cose diverse da quelle che dico di solito ai giornalisti. Il mio alter ego credeva all’invenzione o scoperta di metafore nuove; io a quelle che corrispondono ad affinità intime e ben note, e che la nostra immaginazione ha già accettato. (….)

La vecchiaia degli uomini e il tramonto, i sogni e la vita, lo scorrere del tempo e dell’acqua. Gli esposi questa opinione che lui avrebbe esposto in un libro qualche anno dopo.

Quasi non mi ascoltava. A un tratto disse:Se lei è stato me, come si spiega l’aver dimenticato il suo incontro con un signore anziano che nel 1918 le disse che anche lui era Borges? Non avevo pensato a questa difficoltà.

Gli risposi senza convinzione: Forse il fatto è stato così strano che ho cercato di dimenticarlo. Avventurò una timida domanda: Come va la sua memoria? Capii che per un ragazzo che non aveva ancora compiuto vent’anni, un uomo di oltre settanta era quasi un morto.

Gli risposi: Di solito assomiglia all’oblio, ma ancora trova ciò che le viene richiesto. Studio l’anglosassone e non sono l’ultimo della classe. La nostra conversazione era già durata troppo per essere quella di un sogno. Una brusca idea mi venne in mente. Io posso provarti subito, dissi, che non mi stai sognando. Ascolta bene questo verso, che non hai mai letto, a quanto ricordo. Lentamente intonai la famosa riga: “L’hydre univers tordant son corps écaillé d’astres “.

Sentii il suo quasi timoroso stupore. Lo ripeté a voce bassa, assaporando ogni risplendente parola. È vero, balbettò. Io non potrò mai scrivere una riga come quella. Hugo ci aveva uniti. Prima, egli aveva ripetuto con fervore, adesso lo ricordo, quel breve brano in cui Walt Whitman rammenta una condivisa notte davanti al mare, nella quale fu veramente felice. Se Whitman l’ha cantata, osservai, è perché la desiderava e non è accaduta. La poesia ci guadagna, se indoviniamo che è la manifestazione di un desiderio, non la storia di un fatto. Restò a guardarmi.

Lei non lo conosce, esclamò. Whitman è incapace di mentire. Mezzo secolo non passa invano. Dietro alla nostra conversazione di persone di varia lettura e gusti diversi, capii che non potevamo intenderci. Eravamo troppo differenti e troppo simili. Non potevamo ingannarci, il che rende difficile il dialogo. Ciascuno dei due era la parodia caricaturale dell’altro. La situazione era troppo anormale per poter durare molto più a lungo. Consigliare o discutere era inutile, con lui, perché il suo inevitabile destino era di diventare quel che sono.

A un tratto ricordai una fantasia di Coleridge. Qualcuno sogna di attraversare il paradiso e, come prova, gli danno un fiore. Al risveglio, il fiore è lì. Mi venne in mente un artificio analogo.

Senti, gli dissi, hai un po’ di denaro? Sì, mi rispose. Ho una ventina di franchi. Questa sera ho invitato Simón Jichlinski al Crocodile . Di’ a Simón che eserciterà la medicina a Carouge, e che farà del bene…adesso, dammi una delle tue monete. Tirò fuori tre scudi d’argento e qualche pezzo più piccolo. Senza capire mi offrì uno dei primi. Io gli porsi uno di quegli imprudenti biglietti americani che pur avendo tra di loro molto diverso valore, hanno la stessa grandezza. Lo esaminò avidamente. Non è possibile, gridò. Porta la data del millenovecentosessantaquattro. (Mesi dopo qualcuno mi disse che i biglietti di banca non portano la data).

Tutto questo è un miracolo, riuscì a dire, e il miracoloso fa paura. I testimoni della resurrezione di Lazzaro saranno rimasti terrorizzati. Non siamo affatto cambiati, pensai. Sempre i riferimenti libreschi. Fece a pezzi il biglietto e ripose il denaro. Io decisi di gettare la moneta nel fiume. L’arco dello scudo d’argento perdendosi nel fiume d’argento avrebbe conferito alla mia storia un’immagine vivida, ma la sorte non lo volle. Risposi che il soprannaturale, se accade due volte, smette di essere terrificante.

Gli proposi di incontrarci il giorno dopo, su quella stessa panchina che si trova in due tempi e in due luoghi. Assentì immediatamente e mi disse, senza guardare l’orologio, che gli si era fatto tardi. Mentivamo entrambi e ciascuno sapeva che il suo interlocutore stava mentendo.

Gli dissi che sarebbero venuti a prendermi. Vengono a prenderla?, mi domandò.
Sì. Quando arriverai alla mai età avrai perso quasi completamente la vista. Vedrai il colore giallo e ombre e luci. Non ti preoccupare. La cecità graduale non è una cosa tragica. È come un lento imbrunire d’estate.

Ci salutammo senza esserci toccati. Il giorno dopo non ci andai. Non ci sarà andato neanche l’altro. Ho meditato molto su questo incontro, che non ho raccontato a nessuno. Credo di averne scoperto la chiave. L’incontro fu reale, ma l’altro parlò con me in un sogno e per questo mi ha potuto dimenticare; io parlai con lui durante la veglia e il ricordo mi tormenta ancora. L’altro mi sognò, ma non mi sognò rigorosamente. Sognò, ora lo capisco, l’impossibile data sul dollaro.


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