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Giorgio Bassani 1

Passai la notte successiva in grande agitazione. Mi addormentavo, mi svegliavo, mi riaddormentavo. E sempre riprendevo a sognare di lei.

giorgio bassani sogniTratto da: “Il giardino dei Finzi-Contini”
Edizione: Mondadori, Meridiani, Milano 1998
p. 431-34
Prima edizione: 1962
Sogno di Giorgio

Passai la notte successiva in grande agitazione. Mi addormentavo, mi svegliavo, mi riaddormentavo. E sempre riprendevo a sognare di lei.

Sognavo per esempio di trovarmi, proprio come il primissimo giorno che avevo messo piede nel giardino, a guardarla mentre giocava a tennis con Alberto. Anche in sogno non l’abbandonavo con gli occhi un solo istante. Tornavo a dirmi che era splendida, così sudata e rossa, con quella ruga d’impegno e di decisione quasi feroce che le divideva verticalmente la fronte, tutta tesa come era nello sforzo di sconfiggere il sorridente, un po’ fiacco e annoiato fratello maggiore.

Ora, però, mi sentivo opprimere da un disagio, da un’amarezza, da un dolore quasi insopportabili. Della bambina di dieci anni prima, mi chiedevo disperato, che cosa era rimasto in questa Micòl di ventidue anni, in shorts e maglietta di cotone, in questa Micòl dall’aria così libera, sportiva, moderna (libera, soprattutto!) da far pensare che gli ultimi anni non li avesse passati che in giro per le mecche del tennis internazionale, Londra, Parigi, Costa Azzurra, Forest Hills?

Sì, confrontavo: ecco là della bambina i capelli biondi e leggeri, striati di ciocche quasi canute, le iridi celesti, quasi scandinave, la pelle color del miele, e sul petto, balenando ogni tanto fuori dallo scollo della maglietta, il piccolo disco d’oro dello sciaddài. Ma poi? Ci trovavamo quindi chiusi dentro la carrozza, in quella penombra grigia e stantia: con Perotti seduto in serpa davanti, immobile, muto, incombente. Se Perottistava lassù, ragionavo, voltandoci ostinatamente la schiena, lo faceva certo per non essere costretto a vedere quello che succedeva o sarebbe potuto succedere nell’interno della carrozza, insomma per discrezione servile. Eppure era informato ugualmente di tutto, il vecchio tanghero, altroché se lo era! Sua moglie, la scialba Vittorina, spiando attraverso i battenti semiaccostati del portone della rimessa (ogni tanto scorgevo la piccola testa da rettile della donna, lustra di capelli lisci, corvini, sporgere cauta oltre il margine del battente), sua moglie stava là, di fazione, a puntargli addosso il suo buio occhio scontento, preoccupato, a fargli di soppiatto gesti e smorfie convenzionali.

Ed eravamo perfino in camera sua, io e Micòl, ma nemmeno adesso soli, bensì genati (era stata lei a sussurrarlo), dall’inevitabile presenza estranea, che questa volta era quella di Jor accovacciato al centro della stanza come un enorme idolo granitico, di Jor che ci fissava coi suoi due occhi di ghiaccio, uno nero e uno azzurro.

La stanza era lunga e stretta, piena come la rimessa di roba da mangiare, pompelmi, arance, mandarini, e làtticini, soprattutto, ordinati in fila come libri sui palchi di grandi scaffali neri, austeri, chiesastici, alti fino al soffitto: giacché i làttimi non erano affatto gli oggetti di vetro di cui Micòl mi aveva raccontato, ma, appunto, come io avevo supposto, formaggi, piccole, stillanti forme di cacio biancastro, a foggia di bottiglia.

Ridendo, Micòl insisteva perché io provassi ad assaggiarne uno, dei suoi formaggi. Ed ecco si alzava sulle punte dei piedi, ecco stava per toccare col teso indice della mano destra uno tra quelli collocati più in alto (quelli lassù erano i migliori, mi spiegava, i più freschi), ma io no, non accettavo assolutamente, angosciato, oltre che dalla presenza del cane, dalla consapevolezza che fuori, mentre così discutevamo, la marea lagunare stava rapidamente montando. Se tardavo ancora un poco, l‘acqua alta mi avrebbe bloccato, mi avrebbe impedito di uscire dalla sua camera senza farmi notare. Infatti c’ero entrato di notte e di nascosto, nella camera da letto di Micòl: di nascosto da Alberto, dal professor Ermanno, dalla signora Olga, dalla nonna Regina, dagli zii Giulio e Federico, dalla candida signorina Blumenfeld. E Jor, che era l’unico a sapere, il solo testimone della cosa che c’era anche tra noi, lui non poteva riferirne.

Sognavo anche che ci parlavamo, e finalmente senza più fingere, a carte scoperte. Un po’ litigavamo, al solito, Micòl sostenendo che la cosa tra noi era cominciata dal primo giorno, e cioè da quando io e lei, ancora tutti pieni della sorpresa del ritrovarci e del riconoscerci, eravamo scappati via a vedere il parco, ed io opponendo invece che niente, secondo me la cosa era cominciata parecchio avanti, al telefono, dal momento che lei mi aveva annunciato di essere diventata brutta, una zitella col naso rosso. Non le avevo creduto, si capisce. Tuttavia lei non poteva neanche immaginarlo, soggiungevo, con un nodo alla gola, come quelle sue parole mi avessero fatto soffrire. Nei giorni successivi, prima che la rivedessi, ci avevo pensato su continuamente, non riuscivo a darmene pace.

Beh, forse è vero, conveniva a questo punto Micòl, posandomi una mano sulla mano. Se l’idea che io fossi diventata brutta e col naso rosso ti è finita subito di traverso, allora mi arrendo, vuol proprio dire che hai ragione tu. Ma adesso però come si fa? La scusa del tennis non regge più, e in casa, d’altronde, col pericolo di rimanere bloccati dall’acqua alta (la vedi com’è Venezia?) in casa non è opportuno né bello che ti faccia entrare.

Che bisogno c’è?, ribattevo io. Potresti venire fuori tu, dopotutto. Io, fuori?!, esclamava lei, sgranando gli occhi. E sentiamo un po’, dear friend: per andare dove? Non …non saprei, rispondevo, balbettando. Sul Montagnone, per esempio, o in piazza, d’Armi dalle parti dell’Acquedotto, oppure, se ti seccasse di comprometterti, in piazza della Certosa dal lato di via Borso. E’ là dove tutti quanti sono sempre andati a filare (non so i tuoi genitori, ma i miei ai loro tempi ci andavano anche loro). E a filare un po’ assieme, abbi pazienza, che male c’è? Non è mica come far l’amore! Si sta sul primo gradino, sull’orlo dell’abisso. Ma di qui a toccarne il fondo, dell’abisso, ce n’è, della discesa da fare ancora!

Ed ero sul punto di aggiungere che se, come sembrava, nemmeno piazza della Certosa le andava a genio, noi avremmo anche potuto, presi eventualmente due treni diversi, darci convegno a Bologna. Senonché tacevo, privo di coraggio perfino in sogno. E del resto lei, tentennando il capo e sorridendo, già mi dichiarava che era inutile, impossibile, verboten: con me fuori di casa e del giardino non ci sarebbe venuta mai. Cos’era?, ammiccava divertita.

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