Giorgio Bassani 2

E quasi subito, col consenso improvviso di tutto se stesso, ebbe coscienza che il cervello gli si annebbiava, che prendeva sonno, che sognava.

giorgio bassani sogni Tratto da: “L’airone”
Edizione: Mondadori, Meridiani, Milano 1998
p. 802-806
Prima edizione: 1968
Sogno di Edgardo

Sporse un braccio a spegnere la luce, si girò sul fianco destro, sbadigliò fino alle lacrime. E quasi subito, col consenso improvviso di tutto se stesso, ebbe coscienza che il cervello gli si annebbiava, che prendeva sonno, che sognava.

Sognava di trovarsi ancora una volta su per le scale del Bosco Elìceo, e ancora una volta saliva, gradinodopo gradino, avendo per meta il secondo piano. Che cosa là di sopra ci andasse a fare non era chiaro. Andava su, semplicemente: e senza fatica, anzi con strana, misteriosa leggerezza. Scuoteva la testa. Un attimo prima, giù da basso, Bellagamba gli aveva proposto ammiccando di farlo trasportare in barella da un paio dei robusti giovanotti che aveva reclutato come camerieri nelle campagne circonvicine (ne teneva una, di barella, proprio nell’ingresso, uguale identica a quelle, col telo di canapa ruvida, in uso all’Arcispedale Sant’Anna di Ferrara per trasportare i malati gravi da un padiglione all’altro): neanche se lui fosse stato impedito nelle gambe, sofferente di cuore, o peggio.

E invece macché. Agile, tranquillo, lui montava su per le scale come sospinto per di dietro da un vento favorevole, come se avesse le ali. Non era notte e nemmeno mattina presto. Attraverso l’oblò che sormontava il primo tratto di scale, il cielo appariva di un azzurro intenso e soleggiato. Erano le due, le tre, di un bel pomeriggio di tarda primavera: maggio, giugno. L’ora dell’immediato dopopranzo.

L’albergo era pieno di gente. Benché lungo le scale non ci fosse anima viva, fuori da ogni camera rispondente sui due corridoi del primo piano, davanti ad ogni porta, si vedevano esposte l’una a fianco dell’altra in ordine perfetto, alcune illuminate da obliqui raggi solari, due paia di scarpe: un paio da uomo e un paio da donna. Quante scarpe, Dio mio!

Però non c’era da meravigliarsene. Anche a non aver fatto caso a tutte quelle scarpe in fila, era chiaro lo stesso che il ristorante del pianterreno serviva soprattutto a coprire ciò che accadeva lì di sopra, al primo piano come al secondo. Ciascuna camera dell’albergo, affittata a ore, nascondeva una coppia. Venivano in macchina da tutte le parti, perfino da Milano. Parlavano, conversavano, bisbigliavano, chiusi a due a due nelle camere avare di spazio, ognuna col suo gramo lavandino di maiolica, nuovo di zecca eppure già tutto scrostato, col suo bidet di ferro, coi suoi traballanti mobilucci di compensato color paglia, coi suoi miseri, sbilenchi scendiletti, con la sua smorta illuminazione centrale.

E bastava tendere appena l’orecchio per cogliere come una specie di brusio, di ronzio, tra l’alveare e l’opificio, che percorreva segretamente l’intero stabile, da parete a parete, da piano a piano. Ma ecco, alle sue spalle, il suono di un oggetto metallico caduto tintinnando su un gradino lo faceva trasalire, volgere indietro di scatto. Sul pianerottolo inferiore, quello del primo piano, si trovava la stessa donna in tailleur scuro che a partire dal momento che lui era entrato nella sala da pranzo fino a quando, un paio di minuti fa, ne era uscito, non aveva mai smesso di guardarlo.

Accosciata in vestaglia e ciabatte a raccogliere la chiave sfuggitale di mano, lo fissava con la solita insistenza, girando la testa di tre quarti. Non era più tanto dipinta, anzi non lo era affatto. Sorrideva e lo fissava: molto più giovane, ora, all’apparenza, molto più ragazza. Infine si rialzava, con la chiave in mano. E senza staccare gli occhi dai suoi, tirava fuori la lingua e cominciava a passarsela sul labbro superiore.Non se ne scorgeva che la punta. Ma da quel poco gli pareva di potere indovinare che fosse grossa e corta, bestiale nella forma non meno che nel colore, che era di un rosso vinoso, bluastro.

Si trattava indubbiamente di una del posto, magari di una contadina (neri e lustri, anche i suoi occhi assomigliavano a quelli di certi animali di campagna, quelli delle mucche, per esempio, o dei cavalli): una delle tante che, assunte da Bellagamba come sguattere, in realtà venivano soprattutto adibite a divertire su nelle camere i clienti soli e bisognosi di compagnia. Cosa credeva, però, pensava, riprendendo a salire e continuando a guardarla, che mostrandogli la lingua in quella maniera lei potesse fargli impressione? Se lo togliesse dalla testa. A vedergliela mostrare così, la sua lingua gli faceva schifo. Schifo e basta.

Adesso, non sapeva come e perché, lui stava uscendo dal bagno del secondo piano, e lei era di nuovo là, ferma ad attenderlo davanti alla porta: questa volta in posa, appoggiata col dorso alla ringhiera del pianerottolo, e con la vestaglia raccolta intorno alle gambe in modo da dare evidenza alla grossezza delle cosce. Gli si faceva incontro, e fissandolo in silenzio di sotto in su, si metteva a toccarlo. E lui, mentre la lasciava fare, e fiutava l’odore di anguilla arrosto che le impregnava i capelli, si diceva che doveva anche lavorarci, al Bosco Elìceo, e nemmeno da cameriera ma da semplice sguattera. Fra qualche secondo la voce rimbombante di Bellagamba si sarebbe levata dal buio delle scale a ordinarle di scendere da basso, di tornare al suo fornello, al suo acquaio.

Lascia stare, dai, provava a brontolare a un certo punto. Cos’è che vuoi?
Continuando a toccarlo, lei scopriva in un riso i denti di sopra, grandi e radi. Io niente. Ma non vedi che non ho tempo? Fammi andare via, su, che sono in ritardo. Se vuole, insisteva l’altra, la voce ridotta ad un bisbiglio, se vuole ci vengo io in camera sua. Che numero di camera ha?

Dall’accento non si capiva bene di dove fosse. Non aveva detto vengo. Aveva detto venghe. Se non del ferrarese pareva emiliana. Ma venghe? Che fosse oriunda della bassa Italia? Sfollata da Napoli con la famiglia popolana dopo i bombardamenti del ‘42, e poi, per campare, finita a fare marchette in un albergo di Codigoro? Non ho nessuna camera. Sono soltanto di passaggio.Allora può venire in camera da me. E’ qua di sopra, al 24. Sono brava, sa, e tornava a mostrargli la lingua. Vedrà come sono brava a farlo godere. Detto questo lo prendeva per mano, e in fretta, facendo schioccare le ciabatte contro i talloni nudi e callosi, cominciava a tirarselo dietro verso il corridoio di destra. Sconcertato, riluttante, lui la seguiva. La mano che lo trascinava era spessa, dura, e come unta: la mano di una che sta in cucina a sgurare tegami e pignatte con la pomice.

Eppure, non diversamente da quando, giovanotto, andava a casino (e Ulderico non la finiva mai di prenderlo in giro per le sue stupidaggini, come le chiamava lui), anche stavolta, più che dalla ripugnanza fisica, si sentiva bloccare soprattutto da una paura, quella delle malattie veneree. Senza preservativo poteva come niente prendersi uno scolo, perfino la sifilide. E almeno ne avesse avuto voglia di andare a fare quello che stava andavano a fare! Ma come sarebbe stato possibile, in ogni caso, alle sette e tre quarti di mattina, e con niente nello stomaco all’infuori di un dito di caffè?

Con le buone o con le cattive bisognava che se la levasse di torno. Duecento lire, trecento. Non sarebbe venuto a rimetterci altro. Dopodiché erano in camera: lei a letto sotto le coperte, lui in piedi davanti alla finestra, dalla quale si vedevano nel crepuscolo attraversato da grandi nuvole galoppanti le medesime cose che da quella del bagno, il pollaio con le galline, il campo sportivo con le due vecchie porte contrapposte, eccetera, e la campagna piatta e sconfinata tutta attorno al paese, sullo sfondo. Meglio che non insistesse, stava dicendole, senza girarsi a guardarla.

Lui era venuto a Codigoro non per fermarcisi, ma per andare in valle, a caccia. Erano le otto. Partendo anche subito, sarebbe arrivato a Volano, dove aveva dato appuntamento a uno che l’avrebbe poi accompagnato fino ai Lungari di Rottagrande, con quasi tre ore di ritardo. Poteva rimanere, dunque? Evidentemente no. Non vuole che provi almeno a baciarlo? Che fastidio, che noia! Tuttavia si volgeva, si staccava dalla finestra, e, sbottonandosi davanti, le si avvicinava fino a portarsi col basso ventre all’altezza del capezzale.

Cosa vuoi baciare? Non vedi come è ridotto? Sei proprio a terra, mormorava allora lei senza più toccarlo, e limitandosi a guardarlo lì, dove lui stesso guardava. Sei proprio senza. Si svegliò di colpo, senza capire da principio dove si trovasse.

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