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Chi era Tommaso Maestrelli (3° Parte)

L'ultima parte dell'articolo di Moriconi

Pino Wilson lo ricambiò da atleta sublime, offrendogli un muscolare cocktail di tecnica, intelligenza ed eleganza. Senza lesinare a nessuno, a seconda dei casi, né un colpo proibito, né una stretta di mano. In più, spazio per un giovane terzino fluidificante prelevato dal Livorno, Luigi Martini, dai ruvidi fondamentali ma con una propensione al mezzofondo pedatorio, un personale eptathlon di corse, allunghi, scatti continui, recuperi, salti con gomito, falli sistematici, tagli e fughe soprattutto sulla sinistra, durante le quali arrivavano a destinazione molti cross, qualche passaggio smarcante e, caso quasi unico, persino un tiro fulminante dalla grande distanza: fu in un Lazio-Reggina 2-1, nel sole di uno stadio entusiasta. E promozione per Giancarlo Oddi, applicazione nordica e tigna capitolina, un giovane stopper del Tufello già provato da Lorenzo che a forza di annullare centravanti meritava di entrare in prima squadra. E già pensava al cuore interno Tommaso, guardandosi pensieroso la punta dei piedi, non più fasciati ormai da tempo, infilati nei bianchi calzettoni da lavoro della Lazio.

Due piedi, una testa e un cuore, e un’altra maglia da indossare, con la voglia di sudarci dentro, magari per l’ultima volta, per chiudere bene, alla grande, da campione, da esempio. Ritratto ideale di un “cervello”, di un “regista” da gruppo che vuol vincere il campionato di B, di un esperto campione invecchiato in serie A (nel Torino, poniamo) troppo giovane per smettere ora ma troppo in là per un calcio che morde: Giovambattista Moschino, centrocampista, bandiera granata, numero 10 classico prima dell’era di Maradona, un grande del tempo sulla scia di Rivera. Alla Lazio c’era già stato, da giovane, una decina d’anni prima, contribuendo a riportarla (guarda caso) in serie A, dopo la prima caduta. Passo lento e pelata incipiente, tutto testa e piedi, Giobatta prese misure, disegnò geometrie, e fece “girare la squadra”, come aveva fatto per anni al Comunale di Torino, solo con la voglia di assaporare di più il gesto, di aggiungere il tocco d’accademia, la pennellata da fuoriclasse che si toglie lo sfizio di giocare per sport, e di giocare bene. Sbagliò qualche passaggio qua e là, forse perché sorpreso del non trovarsi vestito di granata, e fu prezioso e impagabile quanto Mimmo Caso in un’altra Lazio, in un’altra B, in un’altra storia a venire. Proprio un’altra storia, ed è strano che prosegua questa. Che è quella delle sfere preziose e dei colori invitti, nel tempo del gioco della terra degli uomini. E dei maestri di uomini.

Per far sentire meno solo Moschino venne dal Toro anche Carlo Facchin, spalle grosse e passo navigato, il classico tipo che quando il difensore se la prende con l’attaccante più piccolo si mette in mezzo, fa da paciere ma già stringe il pugno. Non fece la seconda punta quell’anno ma il tornante, agì di sponda e d’appoggio più che in conclusione, e infatti segnò solo un goal, seppur ne abbia fatti segnare moltissimi. A destra, come ala d’attacco quale era in natura ma come seconda punta come si intende oggi, la Lazio poteva contare ancora sul talento indiscusso di Giuseppe Massa, uno che oggi varrebbe una cinquantina di miliardi come base d’asta e che l’Inter di allora voleva a tutti i costi, come aveva fatto con Ghio. Peppiniello, faccia da scugnizzo, irridente, generoso, impunito. Finta, scatto, triangolo, goal, il suo credo. Un giocatore importante, da platea importante, che il pubblico della Lazio amava. Eppure si sapeva che era napoletano.

Qualcuno pianse quando poi, l’anno dopo, l’Inter concluse l’affare permettendo al Maestro di proseguire la costruzione del mosaico, Frustalupi più soldi veri per Re Cecconi e Pulici. Come avevamo fatto per Ghio, come facemmo poi per D’Amico e Signori, noi piangemmo per la cessione di Peppiniello Massa. Era l’Olimpico ai tempi del colera, che era vero, e metteva paura come il Napoli degli attaccanti sudamericani. Forse per questo si gridava forte “colera, colera…”, per esorcizzarlo, tenerlo a distanza, nell’altra curva, che era una muraglia di teste e dove qualcuno era vestito da Pulcinella. Oggi, che al colera si è aggiunto il terremoto d’Irpinia, il crollo di una montagna di fango e qualche migrazione collettiva con il mitra alla schiena, ripenso ad un’altra tessera del disegno maestrelliano, proveniente proprio dal Napoli: Alessandro Abbondanza, detto “Sivorino”. Nel nome e nel soprannome i segni di un dono e di un dolo. Eppure con Maestrelli, questo Sivori dei vicoli troppo bravo per essere uno qualunque ma discontinuo nel rendimento, giocò un campionato da incorniciare. Mezzala da bei tempi andati, sciorinava finte e tocchi da serie superiore, e quando era in giornata era capace di spiazzare un’intera difesa, valore aggiunto di un attacco nel quale si distinse con sette centri, oltre agli “assist” che allora erano un’esclusiva del basket. Abbondanza, uno dei tanti talenti perduti del nostro calcio, una storia per “Storie” forse, che oggi allena gli allievi nazionali del Napoli, che mi rese felice per ciò che fece nella Lazio, e che spero abbia ricevuto da quella stagione vincente almeno la consapevolezza di essere stato un giocatore bravo, un giocatore vero. Credo che qualcuno, anche a Napoli, si ricordi bene di quella Lazio. E di Maestrelli, prima che lo chiamassero il Maestro, anche se lo era già.

E infatti fu il Maestro a trovare una collocazione più chiara anche per Franco Nanni, eclettico zazzeruto alla Manolito, fisicamente tonico e tecnicamente dotato, ma che a forza di essere spostato a destra e a sinistra tra difesa e centrocampo finiva per essere un jolly senza personalità. Uomo di testa e di piedi, Nanni non poté che essere trasformato in un arcigno e mobile mediano, dotato però di un tocco utile anche in costruzione, e di un tiro che poteva fare male. Come quello di Rino Gritti, altro centrocampista prelevato dalla provincia, un tipo alto, forse un po’ lento, ma che in progressione diventava un carro armato, e che alla lunga pesava sul gioco. Era grande e grosso Gritti e sembrava Chinaglia con i capelli corti, sembrava Acerbis moro, un Vieri della mediana, inaffondabile, insuperabile. Ora gioca anche lui nelle praterie celesti, solo che non se n’è andato da campione, ma da gregario, ed è stato presto dimenticato. Ma Rino Gritti piaceva al Maestro e il gigante lo ricambiava, imparando prima e dando di più. Chi si intendeva di calcio diceva allora che Gritti possedesse un tiro così forte da fare paura, come Levratto, “bomba” Lombardini, Gigi Riva…

Mi ricordo un turno di Coppa Italia in notturna all’Olimpico, la partita è ancora un Lazio-Napoli e la Lazio scende in campo in un’inedita maglia rossa (!). Mi ricordo che il portiere del Napoli era Dino Zoff. Mi ricordo un’azione personale di un D’Amico diciottenne con rete da antologia, e il solito goal prepotente di Giorgio, ma specialmente quel calcio di punizione da quaranta metri tirato verso la nord dal nostro Gritti, sullo zero a zero. Rino contro Dino. E il boato incredulo e improvviso, quando il pallone, colpito con una potenza impressionante, piegò le mani del futuro campione del mondo e si infilò all’incrocio dei pali. Fu il preludio di un 3-0 schiacciante, e il più bel goal di Gritti, il portatore d’acqua più devastante che abbia mai visto giocare nella Lazio. Testa, cuore e piedi. L’essenziale per giocare. Se a chiedertelo è un Maestro che ti sappia ascoltare.

Correva la stagione 71-72, correva la Lazio da Como a Catania, correva sul campo Pierpaolo Manservisi, detto Uccellino, altro faticatore ma con un pizzico di classe, che alla Lazio era arrivato per migliorare e s’era ritrovato retrocesso. Ala, mezzala, tornante… terzino aggiunto o punta larga…incontrista e rifinitore… cosa non ha fatto Manservisi in quegli anni di su e giù con la maglia della Lazio? Non era un corazziere Pierpaolino, era un magro di quelli tosti, condannato dalle sue caratteristiche al classico “lavoro oscuro”, e infatti non capivi se fosse un titolare o una riserva, mentre rubava palla e ripartiva, perdeva palla e ritornava, cadeva e si rialzava… Giocò un paio di gare e fu ceduto in prestito per Abbondanza, alla pari, andando ad aspettarci in serie A.

Era una Lazio mutante, oggi un po’ più vecchia domani un po’ più nuova, ma viva. Era un Lazio transitoria ma funzionante, che si rammaricava per il talento sprecato di Arrigo Dolso e preparava il campo alle giocate strepitose di D’Amico. Per Vincenzo, il dio delle giovanili ancora minorenne, una manciata di minuti per l’esordio in B, e la speranza che mantenesse ciò che prometteva, direttamente in serie A. Perché lo andavi a vedere al Flaminio, la domenica mattina, nel campionato nazionale “primavera”, magari in qualche derby che vibrava già di futuro, e non credevi ai tuoi occhi, e ti chiedevi come fosse possibile che un giocatore così giovane avesse già una tale padronanza tecnica.

Io ricordo di aver visto giocare Vincenzo D’Amico ancora ragazzino e di aver visto in azione un genio del calcio. D’Amico era Rivera più veloce, Baggio senza codino, Totti senza palestra… solo che Totti non ha vinto uno scudetto a diciannove anni, Baggio ha giocato solo da Firenze in su e Rivera sarà sempre Rivera, ovvero il capitano di quel Milan mondiale superato dalla Lazio, e da D’Amico…
E poi c’era Arrigo, Arrigo Dolso, nome da condottiero d’arme, bello e pazzo come James Dean, che con il sinistro poteva far fare alla palla quello che voleva… Solo con il sinistro però, da cavallo di razza imbizzarrito, testardo come un mulo. Giocava con i calzettoni calati e sembrava sfidare i terzini avversari a capire da che parte avrebbe cercato di dribblarli, mentre tentava il tunnel e rimediava il solito calcione terrificante. Per lui un pugno di presenze, l’ultima rete in una goleada rifilata al Novara e l’ennesimo addio carico di rimpianti. Perché la stoffa del suo gioco, il tocco del suo sinistro, erano mica inferiori alla classe di Mario Corso. Perché nell’era di Gigi Meroni e di George Best, la Lazio di Dolso ha avuto la sua razione di genio e sregolatezza, almeno per le cronache sportive romane e i lazzi del “Tifone”. Neanche il Maestro potè recuperare alla causa la classe infinita di un giocatore immenso ma indolente, troppo indolente forse. Sivori senza faccia sporca, Riva senza tuoni dentro, sei stato Arrigo il nostro vanto, la felicità del calcio libero, lo stupore di un gesto irripetibile. Onore ad Arrigo ovunque egli sia, perché è il simbolo di una Lazio che cambiava pelle e faccia. Arrigo è S. Sebastiano, trafitto sui pali di un campaccio di provincia. Parola del Maestro. E gloria fu.

Tommaso sapeva parlare e ascoltare, e con i suoi capelli da padre-ragazzo, a cominciare da subito, prese a cuore un carattere più ribelle e impetuoso degli altri, il carattere di un giocatore nato per comandare che di quella Lazio, naturalmente, era già il capo. Ma che stava sul serio meditando di andare a dimostrare la sua forza in qualche altra squadra, più importante della Lazio… E Giorgio Chinaglia, scuotendo la testa cominciò ad ascoltare le parole del padre-ragazzo. E lo guardò bene negli occhi continuando ad ascoltare la sua voce. Ora non erano più in società, anche l’allenamento era finito da un pezzo. Erano a casa di Tommaso, a cena con sua moglie e i suoi figli, e tutto era più semplice. Anche Tommaso desiderava giocare bene e vincere meglio.

Stava nascendo la Lazio di Tommaso, di Giorgio, della sporca dozzina di angeli con le ali spinose e le palle doppie. E Giorgio Chinaglia decise che con quell’uomo e per quell’uomo, avrebbe giocato contro tutti e avrebbe vinto. Non so cosa scattò, forse semplicemente che Chinaglia e Maestrelli erano gli uomini che si stavano cercando, e lo capirono entrambi quando s’incontrarono. Il braccio e la mente. L’Ariete e il Maestro. L’uno bisognoso di una guida che ne liberasse la spaventosa potenza. L’altro desideroso di un combattente estremo che finalizzasse il frutto delle sue teorie. Detto e fatto. Nato spontaneamente, questo legame fortissimo fatto di bontà paterna e riconoscenza filiale, goliardia sportiva e serenità olimpica, applicazione atletica e affetto quotidiano rivelerà immediatamente anche nei numeri la giustezza delle sue fondamenta.

Per Tommaso, Chinaglia è il bomber assoluto del torneo con 21 reti, ovvero quante ne aveva segnate nei precedenti due campionati di A. Per Tommaso, Giorgio si trasforma in campo in un autentico trascinatore, disposto a giocare anche da infortunato, pur di non tradire la Lazio e il Maestro. Lo fa a Perugia in Coppa Italia, dove segna una doppietta malgrado otto (!) punti di sutura, e a Genova alla penultima, quando la vittoria vale la promozione anticipata e aspetta di raddoppiare il vantaggio di Gritti prima di uscire. Ma supera sé stesso in casa con la Reggina: mancano pochi minuti al termine, Giorgio è infortunato, zoppica vistosamente, ma rifiuta il cambio, perché gli avversari hanno pareggiato e la Lazio è in forcing. E riesce a conquistare palla sulla destra, resiste a una carica, entra in area malgrado lo trattengano e infila il portiere in diagonale, facendo venir giù lo stadio. Quando il Maestro riesce a sostituirlo, siamo tutti in piedi a urlare il suo nome, mentre arriva lentamente al tunnel sotto la sud che è diventato un arco di trionfo, appoggiato a Trippanera che lo sorregge, ora che il goal della vittoria è al sicuro e può finalmente darsi pace.

Per Tommaso, Long John mette un freno al suo burrascoso carattere, almeno per un po’, perché è il Maestro a spiegargli che continuando così, uno come lui non può che finire in Nazionale. Per Tommaso, Giorgio affina il suo repertorio e sciorina colpi che stanno un po’ stretti alla serie B: insoliti rigori con rincorsa breve, botte dal limite in stile inglese, percussioni centrali travolgenti. Tocca il vertice con una tripletta casalinga al Como: calcio di punizione dal limite volutamente appoggiato forte sulla barriera, per farla aprire, e ripreso con una botta vincente che beffa il portiere e fa litigare tutta la difesa. E’ pronto per l’azzurro Giorgione, è pronta per la A la Lazio del Maestro, che finisce seconda per un punto, dietro alla meravigliosa Ternana di Corrado Viciani, che applicando a tutto campo il “gioco corto” incanta l’Italia e fa il miracolo. Non possiamo organizzare nessuna festa all’Olimpico, perché il solito destino da laziali ci vede impegnati due volte in trasferta nelle ultime gare. Ma al ritorno dalla vittoria genovese, la squadra trova comunque un pubblico in festa per il quale le soddisfazioni non sono finite. Puntuale infatti, giunge da Valcareggi la convocazione in Nazionale per Chinaglia, come il Maestro aveva previsto da tempo. L’impegno è amichevole ma ufficiale, un Bulgaria-Italia d’oltrecortina. Anche Tommaso parte per Sofia, per essere vicino a quel grosso figliolo acquisito che, intervistato dalla Rai come se fosse un oggetto misterioso, arrossisce nella sua tuta azzurra, abbassa gli occhi, bofonchia un rapido “Spero di far bene, ecco…” e fugge via intimidito.

Lui, il bisonte furioso dagli occhi color del cielo, è il secondo giocatore di serie B ad essere convocato in Nazionale nella storia del calcio italiano. Il primo, qualche anno prima, era stato un bravo attaccante del Foggia, Cosimo Nocera. Ancora una volta i destini della Lazio si incrociano con quelli del Foggia, anche se nessuno, neanche il Maestro, poteva immaginare fino a che punto. In ogni caso siamo tutti emozionati quando ci sediamo di fronte ai televisori per assistere all’esordio del nostro bomber. Le immagini in bianco e nero da Sofia giungono come se provenissero dalla Luna, ma che importa, c’è un laziale in Nazionale. Che assiste al sonnolento primo tempo dalla panchina, e viene mandato in campo alla ripresa del gioco. Non è passato neanche un minuto quando Chinaglia si propone sotto porta e riceve il suo primo pallone da azzurro.

Fa quello di cui è capace un centravanti di razza e tira subito, ma il portiere respinge. Giorgio ora è ancora più defilato ma recupera palla, tira ancora e, sembra incredibile, segna! In tribuna, Tommaso si mangia con gli occhi quel ragazzone che corre forte verso di lui, noi a Roma siamo increduli e felici e anche Martellini pare sorpreso di pronunciare quel nome nuovo nel tabellino dei marcatori azzurri. Finì 1-1, grazie al primo goal segnato da un laziale per l’Italia dai tempi di Silvio Piola. Per noi un motivo in più di nobiltà e di orgoglio: alla faccia di una Roma che si atteggiava ma non quagliava, tornavamo in serie A e avevamo un goleador in nazionale. Non uno qualsiasi, ma Giorgio Chinaglia. Era anche quello un segno del destino, ma solo il Maestro, in cuor suo, sapeva che i presagi della sorte vanno letti con calma e assecondati giorno dopo giorno.

Tornando in aereo da Sofia, seduto accanto al suo gigante addormentato, guardava la punta dei piedi avvolti da eleganti mocassini e pensava al suo progetto di gioco moderno. Non voleva imitare nessuno Tommaso, ma trovare il proprio gioco in base agli uomini disponibili. La prima parte della missione era stata completata, ora c’era da trovare qualche tipo con la testa forte, i piedi buoni e la faccia tosta. Non sapeva ancora bene cosa sarebbe accaduto, nessuno di noi lo sapeva. Ma la strada era quella giusta e le stelle, finalmente, dalla nostra parte. Parlando in toni pacati, con la sua faccia da padre-ragazzo e i suoi capelli da saggio senza età, avrebbe di certo escogitato qualcosa. Ora però, voleva solo ritornare a casa sua.

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