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Perché si dice "Kamikaze"?

Vi siete mai chiesti che cosa vuol dire “Kamikaze” e perché viene utilizzato per indicare un attacco suicida? A differenza di quanto normalmente si pensi, “suicida” non è affatto[...]



Vi siete mai chiesti che cosa vuol dire “Kamikaze” e perché viene utilizzato per indicare un attacco suicida? A differenza di quanto normalmente si pensi, “suicida” non è affatto la traduzione letterale. Questa parola ha origini antiche, risalenti all’epoca di Genghis Khan, l’imperatore mongolo che diede vita al più grande impero che la storia umana conosca.

Facciamo luce…

La spinta espansionistica dei mongoli continuò dopo la conquista della Cina e si infranse solo dinanzi a difficoltà obiettive. Così avvenne nel sud, dove nel tentativo di conquistare il Vietnam e l’Indonesia si scontrarono con il clima e le difficoltà ambientali. Il clima tropicale, infatti, mal si adattava alle truppe mongole, avvezze al clima gelido e rigido della steppa. A ciò si aggiunse il fatto che la cavalleria mongola non riusciva a manovrare nelle giungle tropicali. Ma anche il Giappone venne coinvolto nelle mire espansionistiche dei mongoli, i quali per questa spedizione potevano avvalersi delle flotte e delle tecniche di navigazioni cinesi.

La prima spedizione mongola contro il Giappone ebbe luogo nel 1274. Una flotta di 900 navi con circa 40.000 uomini partì dalle basi coreane, occupò Tsushima e di qui attaccò l’isola meridionale di Kyushu. La disperata resistenza giapponese sarebbe stata facilmente sopraffatta se un ciclone non avesse disperso le navi mongole e costretto gli invasori ad una precipitosa ritirata.

Una seconda spedizione di maggiore portata venne organizzata nel 1281. Questa volta gli eserciti invasori erano due, uno (di 40.000 uomini e 900 navi anch’esso) proveniente dalla Corea, l’altro (100.000 uomini e 3500 navi) da Quanzhou nel Fujian. La presenza di questa seconda flotta dimostra appunto che i mongoli si avvalevano appieno della collaborzione della nautica e militare dei cinesi di quelle regioni meridionali che avevano appena conquistato. Cinesi erano, infatti, i comandanti delle due flotte. La difesa giapponese contro le invasioni fu accanita. Ma anche questa volta il ruolo decisivo lo ebbe un ciclone che disperse l’esercito mongolo dopo 50 giorni di lotta. Il tentativo di invasione non venne più ripetuto.

Di fronte all’invasione da parte dello straniero i giapponesi, che per secoli erano stati divisi in fazioni, armate una contro l’altra, ritrovarono improvvisamente la loro solidarietà nazionale, il che sta a significare che una coscienza nazionale, almeno nei confronti dell’esterno, all’epoca era già esistente e profondamente radicata. Ritrovata l’unità e bandite le lotte interne, il Paese oppose una strenua resistenza ai mongoli, resistenza che però non avrebbe potuto aver facilmente successo se non fossero intervenuti gli eventi naturali a dare al Giappone la salvezza. L’opinione pubblica giapponese interpretò questi fatti come interventi dei Kami: le divinità di tutto il Giappone sarebbero, secondo la leggenda che si diffuse immediatamente, scese in campo a difendere il Paese degli dei dalla minaccia esterna, suscitando un “Vento degli dei” o Kamikaze che avrebbe disperso le truppe mongole.

Il termine “Kamikaze” tornò in uso verso la fine della seconda guerra mondiale. Esso era rimasto nella memoria storica del popolo, nella leggenda, nella tradizione e così venne riutilizzato nella propaganda governativa quando, nel 1944, il Giappone si trovò ad essere minacciato ancora, per una seconda volta, da un’invasione straniera. Al posto delle navi mongole c’erano quelle americane: la propaganda trovò opportuno (ed ebbe successo) ricorrere a questa antica tradizione per la quale il Giappone era un Paese imprendibile, inconquistabile e protetto dagli dei.

Fonte: “Cina : popoli e società in cinquemila anni di storia” di Piero Corradini, Giunti, Firenze, 2005.